La prima cosa che devi sapere su Windrose è che non è un disco che vuole essere ascoltato. Vuole essere attraversato. Come un deserto. Come una crisi esistenziale. Come una cena di famiglia dalla quale hai dimenticato di poter scappare. Sebastian Brown, alias Daniele Mattioni, ha preso cinque punti cardinali e li ha trasformati in cinque brani: Westwards, Eastwards, Windrose, Northwards, Southwards. Cinque direzioni. Cinque possibilità. Nessuna garanzia di tornare a casa con la stessa personalità con cui sei partito. E già qui uno potrebbe chiedersi: perché? Domanda sbagliata. La domanda giusta è: perché no? Viviamo in un mondo nel quale gli album durano quaranta minuti e vengono concepiti come prodotti da consumare mentre lavi i piatti. Mattioni, invece, prende Westwards e lo lascia correre per quasi un quarto d’ora, come se qualcuno gli avesse detto che la musica deve avere un punto di arrivo e lui avesse risposto: “Interessante teoria, ma preferisco guardare cosa succede se non ce l’ha”. Succede parecchio. Chitarre, folk, blues, psichedelia, post-rock, elettronica, improvvisazione: Windrose sembra il risultato di una seduta spiritica nella quale gli invitati non si sono messi d’accordo su quale fantasma evocare. Eppure, miracolosamente, qualcosa arriva.

Non è sempre bello. Non deve esserlo. La bellezza, qui, è una specie di incidente stradale. Westwards avanza lentamente, con quella solennità da pellegrinaggio che potrebbe diventare insopportabile dopo tre minuti e invece continua a insinuarsi sotto la pelle. Brown non sembra voler cantare una canzone: sembra voler convincere qualcuno — forse noi, forse se stesso — che esiste ancora un significato da qualche parte.

Buona fortuna.

Poi c’è Eastwards, che cambia atmosfera e spalanca altre porte. Il folk si deforma, la psichedelia prende il volante e la musica comincia a sembrare meno un racconto e più un paesaggio mentale. È il genere di disco che ti fa venire voglia di guardare fuori dal finestrino anche se sei fermo al semaforo di viale Certosa. E poi arriva la title track, Windrose, breve, quasi pudica. Finalmente un momento in cui nessuno sta cercando di spiegarti l’universo. Grazie, Sebastian. Apprezziamo.

Ma non dura. Northwards torna a scavare. Infanzia, dolore, identità, morte, trasformazione. Tutte quelle cose che normalmente cerchiamo di evitare finché non arriva una telefonata alle 3:17 del mattino. Brown invece le mette sul tavolo e ci costruisce sopra un paesaggio sonoro.

Il risultato è un disco spirituale senza essere necessariamente religioso, introspettivo senza diventare terapia di gruppo, ambizioso senza avere sempre la buona educazione di nascondere l’ambizione. Ed è proprio questo il suo pregio. Windrose non è impeccabile. Alcune dilatazioni mettono alla prova la pazienza, certe immagini rischiano di prendere troppo sul serio il proprio peso simbolico e qualche passaggio sembra chiederti di credere prima ancora di averti convinto. Ma almeno osa. E oggi l’osare, nella musica, è diventato quasi un atto sovversivo. Perché questo è anche un disco sulla solitudine. Non la solitudine glamour del cantautore che guarda la pioggia dalla finestra con un bicchiere di whisky intatto sul tavolo. Quella è pubblicità. Qui la solitudine è più sporca: è non sapere se stai andando verso qualcosa o semplicemente scappando da quello che eri cinque minuti prima.

E forse è proprio per questo che i cinque punti cardinali diventano una trovata tutt’altro che decorativa. Ovest, est, nord, sud: sulla carta sembrano indicazioni precise. Nella vita sono soltanto quattro modi diversi di non sapere dove cazzo stai andando. La rosa dei venti, allora, non è una mappa. È un’ammissione di colpa. Non sappiamo dove andare. Andiamo lo stesso. Southwards chiude il viaggio senza davvero chiuderlo. Ed è giusto così. Non c’è una grande rivelazione finale, nessun vecchio saggio che esce da una grotta dicendo “la risposta era dentro di te”. Sarebbe insopportabile.

C’è invece qualcosa di più piccolo e più umano: la sensazione che continuare a muoversi sia già una forma di salvezza. Questo è il punto in cui Windrose smette di essere semplicemente un esercizio di atmosfera e diventa un disco vero: quando la ricerca spirituale perde la posa e diventa paura. Paura di restare fermi. Paura di non essere abbastanza. Paura che dietro l’ultima curva non ci sia niente. Brown non risolve il problema. Meno male. La musica non dovrebbe risolvere i problemi. Dovrebbe renderli abbastanza interessanti da permetterci di sopportarli ancora un po’. E Windrose fa esattamente questo.

Cinque direzioni e nessuna certezza. Un disco che parla di smarrimento mentre costruisce una bussola. Un esordio che non sembra avere fretta di piacere, e proprio per questo finisce per essere più difficile da ignorare. La cosa più intelligente che puoi fare con Windrose è perderti. La seconda è smettere di cercare immediatamente di capire dove sei. La terza è accettare che forse non esiste nessun centro. E la quarta — perché naturalmente dovevano essercene quattro, non tre, siamo pur sempre davanti a una rosa dei venti — è continuare ad ascoltare. Perché magari la musica non ti porterà da nessuna parte.

Ma almeno, per un’ora, avrai una buona ragione per non tornare indietro.