C’è qualcosa di profondamente irritante nel nuovo corso dei DIIV. Non necessariamente perché abbiano deciso di cambiare strada ma perché sembrano averlo fatto con quella fretta un po’ ansiosa di chi teme di essere rimasto intrappolato nella propria stessa formula. Dopo anni passati a costruire un’identità riconoscibile con chitarre liquide, riverberi, malinconie suburbane e una certa elegante incapacità di stare al mondo, la band di Zachary Cole Smith decide di rimettere tutto in discussione. Il risultato è ZIRP!, un disco che vorrebbe essere una dichiarazione di indipendenza artistica e che finisce, almeno a tratti, per sembrare una crisi d’identità con un budget di produzione decisamente più alto.
Il primo problema è proprio il suono. La collaborazione con A. G. Cook porta inevitabilmente il suo bagaglio di elettronica, manipolazioni vocali e sensibilità iperpop. Una scelta che sulla carta potrebbe anche avere senso, ma che nella pratica sembra spesso una forzatura. Dove prima c’erano chitarre capaci di costruire paesaggi emotivi, adesso troviamo glitch, effetti digitali e soluzioni che sembrano voler dimostrare a tutti i costi quanto i DIIV siano ancora capaci di sorprendere. Trillions, con il suo trattamento vocale, è forse l’esempio più evidente di questa nuova direzione: più che un’evoluzione naturale, sembra un esperimento di laboratorio in cui qualcuno ha dimenticato di invitare la band.
Il secondo problema riguarda l’ambizione concettuale. I DIIV vogliono parlare del presente, del capitalismo, della tecnologia, del potere delle piattaforme e di una società sempre più prossima al collasso. Temi assolutamente legittimi, soprattutto considerando il percorso personale e artistico di Smith. Il problema è che la loro traduzione musicale e testuale non sempre riesce a evitare la sensazione di un manifesto politico appoggiato sopra una struttura sonora. La critica sociale, quando funziona, dovrebbe insinuarsi, disturbare, lasciare spazio all’interpretazione. Qui, invece, ogni tanto sembra voler spiegare troppo. E una band che aveva fatto dell’ambiguità emotiva uno dei propri punti di forza finisce per sembrare insolitamente didascalica.
Ma il peccato più grave è un altro: la perdita di identità. Non si tratta di chiedere ai DIIV di scrivere un altro Oshin o di ripetere all’infinito la formula di Deceiver. Sarebbe una pretesa miope e probabilmente ingiusta. Il punto è che la loro precedente evoluzione, soprattutto con Frog in Boiling Water, aveva dimostrato come fosse possibile maturare senza perdere la propria riconoscibilità. ZIRP! sembra invece guardare continuamente altrove, cercando riferimenti, contaminazioni e nuove coordinate senza riuscire sempre a farle proprie. Si intravedono intuizioni interessanti, ma anche una certa dipendenza da linguaggi che appartengono più ad altri mondi musicali che alla storia della band.
Il paradosso è che non siamo davanti a un disco completamente sbagliato. Ci sono momenti in cui la sperimentazione funziona, in cui le nuove texture elettroniche aprono prospettive interessanti e in cui si percepisce il desiderio sincero di non restare prigionieri del proprio passato. Ma sono proprio questi momenti a rendere più frustrante il resto: perché dimostrano che una strada possibile esiste, soltanto che non sempre viene percorsa fino in fondo.
Alla fine, ZIRP! lascia una sensazione piuttosto curiosa. Non quella di aver ascoltato una band che ha avuto il coraggio di cambiare, ma quella di averne ascoltata una che aveva paura di non cambiare abbastanza. I DIIV sembrano aver sostituito la nebbia con i LED, il disorientamento con il glitch e la malinconia con una certa ansia di contemporaneità.
E forse è proprio questo il punto: non abbiamo bisogno che i DIIV tornino a essere quelli di dieci anni fa. Abbiamo semplicemente bisogno che tornino a sembrare i DIIV.
Perché a volte reinventarsi è un atto di coraggio. Altre volte è soltanto un modo particolarmente elaborato per perdere la strada di casa.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.


