Ci sono dischi che arrivano come una telefonata nel cuore della notte. Non sai chi ci sia dall’altra parte, non sai cosa voglia, ma capisci subito che non puoi riattaccare. What’s in Between, debutto dei Radio Free Alice, comincia così: con la sensazione che qualcosa stia per andare storto e che, in fondo, sia proprio quello che stavamo aspettando.
La scena si apre con «Crying with You». La batteria di Lochie Dowd spinge in avanti, la voce di Noah Learmonth sembra arrivare da una stanza che gira troppo velocemente. C’è l’alcol, c’è la notte, ci sono quelle conversazioni che sembrano importantissime alle tre del mattino e completamente incomprensibili il giorno dopo. Le chitarre di Jules Paradiso e il basso di Michael Phillips costruiscono un movimento nervoso, febbrile, quasi una fuga. Ma da cosa? Probabilmente da se stessi.
In «Undressed» il caso si complica. Qualcuno guarda qualcun altro mentre si spoglia con la persona sbagliata. Il cuore si spezza in due, senza bisogno di particolari indagini. È il genere di gelosia che non conosce dignità, quella che ti lascia fermo in un angolo mentre il mondo continua a muoversi. I Radio Free Alice recuperano la smanceria dei primi Killers, quella di Hot Fuss, ma ci mettono dentro una sensibilità più obliqua, più britannica, tra gli Smiths e i Pulp. Un romanticismo sporco, con le scarpe impolverate e il cuore gonfio di risentimenti….
«Kick in the Shins» è un’altra faccenda. C’è qualcuno che guarda, qualcuno che sa di essere guardato, e in mezzo una città che non offre riparo. Le chitarre corrono, il basso tiene il passo, mentre le parole raccontano un disagio che ha il sapore delle periferie e dei locali in cui nessuno vuole davvero tornare a casa. Poi arriva la gentrificazione, con la sua ironia da sopravvissuti: il Cavern Club diventato un supermercato Morrison’s. Anche i luoghi del mito, a quanto pare, finiscono in saldo.
Con «Lunch Money» riaffiora l’ombra degli Smiths. Le chitarre cercano una precisione che ricorda Johnny Marr, mentre «Big Ideas», con Rachel Brown dei Water from Your Eyes, diventa una specie di dichiarazione d’intenti. Due voci, due traiettorie che si incontrano per raccontare il disordine.
Ma è nella seconda metà che il disco cambia luce. «Bottleshops» porta in scena il trentesimo compleanno, i conti che non tornano, il lavoro in un seminterrato, lo stipendio che non arriva. Non c’è niente di eroico in questa fotografia. Solo la paura di essere rimasti indietro mentre tutti gli altri sembrano aver capito come funziona la vita.
Poi arrivano i sintetizzatori. «The Intersection» e «Four Leaf Clover» guardano agli anni Ottanta, ai Simple Minds e ai New Order, aprendo finestre su paesaggi elettronici dove i sentimenti si consumano lentamente. È un cambio di scenario, forse un azzardo, ma necessario. I Radio Free Alice non vogliono restare prigionieri della propria formula.
E infine «Waiting». Tutto si abbassa, si spoglia, si concentra sulle persone comuni. Quelle che lavorano, aspettano, sbagliano, sopravvivono. Quelle che non hanno niente di speciale, se non un cuore ostinatamente gentile.
What’s in Between è un disco sull’intervallo: tra quello che siamo e quello che avremmo voluto diventare, tra l’adolescenza e i trent’anni, tra una notte memorabile e una mattina da dimenticare. I Radio Free Alice mettono in musica quel territorio instabile in cui le cose accadono senza chiedere il permesso.
E quando l’ultima canzone finisce, resta una domanda. Non è chi abbia commesso il delitto. È chi, in fondo, abbia davvero avuto il coraggio di vivere.
La risposta, probabilmente, è nascosta da qualche parte tra le chitarre.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.


