Così eccomi qui, puntino brizzolato in un’affollatissima platea di tifosi dalle chiome ben più folte della mia, pronto a sudarmi una birra via l’altra pur di cambiare opinione. Cameron si presenta con i suoi sodali in un bagno di folla. Il ragazzo veste sobrio: nu jeans e ‘na maglietta, come si conviene a chi non ha bisogno dell’abito per fare il monaco. Attaccano subito con Husbands, marcetta perfetta, scusate la rima, per iniziare un concerto. Ma in questo momento preferisco concentrarmi su altro. Primo: la totale assenza di scenografia, ed è un punto a favore. Secondo: suoni e volume non sono niente male, bene così. Terzo, una nota di colore: dietro di me c’è Manuel Agnelli. Mi domando se si è mai reso conto che l’intro di batteria di 3D Country dei Geese è praticamente identico a quello di Ballata per la mia piccola iena dei suoi Afterhours.
Vabè, comunque qui non si respira. Mi sposto in cerca di Ossigeno (giuro, citazione non voluta) e riesco finalmente a dedicarmi con tutto me stesso a questo live da dentro o fuori. La scaletta procede con Getting Killed, Island Of Men e Half Real, altri tre brani dall’ultimo album, interrotti dalla “vecchia” Crusades, e direi che c’è già dell’ottimo materiale per provare a trarre qualche somma. Beh, che dire, l’amalgama è perfetto, i Nostri ci sanno fare. Questa è la prima cosa che mi viene da pensare, quando l’attenzione si sposta improvvisamente su un tizio in prima fila che solleva un cartello con scritto “I’ve got cigarettes for you, let me play a song”. Cameron lo legge, chiede quale canzone e risponde: “Later, later…”.
Chiuso (momentaneamente) il siparietto, il live dei Geese si incendia per davvero. A gettare benzina sul fuoco ci pensa ancora una volta il frontman, che dal suo telefono fa partire una tarantella italiana, così a caso, prima di imbast(ard)ire uno dei pezzi più belli del gruppo, 2122.
Sì, sto nicchiando, ne sono consapevole. Allora vi dico la verità. La verità è che i Geese mi stanno piacendo assai, che fin dal primo minuto il mio piedino picchietta a terra, che la testa ondeggia veloce da una spalla all’altra e che i brutti pensieri si allontanano insieme agli aerei in partenza da Linate. 100 horses recide anche l’ultimo scampolo del mio pregiudizio, esplodendo in una danza apocalittica carica di groove e fuzz a profusione.
La musica dei Gesse si direbbe poco classificabile. Si passa dal post-punk di Fantasies/Survival, che fa molto Television, all’indie-rock sofisticato di Taxes, più vicino ai Radiohead, ma da un capo all’altro della tavola si pasteggia a noise, funk, soul (Cowboy Nudes e la bellissima I See Myself), free jazz e altre forme di sperimentazione che convogliano in un patchwork incredibilmente ben organizzato. Il punto è che tutta questa roba è letteralmente inzuppata nel blues. E dal vivo si sente tantissimo: il blues si fa largo tra le correnti dell’avanguardia e viene spesso a galla seminudo, avvolto dalla sola chitarra e scaldato da un basso pulsante. È questo il segreto dei Geese: travestire la tradizione e nasconderla, a volte, dietro la maschera del progresso, ma lasciare che il blues continui a predicare sottotraccia.
E insomma, quando è così, anche la voce deve cedere il passo alla carica emotiva sprigionata dalla musica. In concerto l’effetto oversinging viene meno, gli elementi si incastrano alla perfezione e il palco restituisce i brani in una versione ancora più intensa e libera di divagare in brevi accenni di jam session. Merito anche del batterista Max Bassin, il migliore del quintetto per doti tecniche. Fino a pochi minuti fa, il prode Max non avrebbe mai immaginato di dover abbandonare lo sgabello durante il live. E invece, sopresa, sta per accadere. Il tizio che a inizio serata aveva esposto il cartello è stato chiamato on stage. È il suo momento, può suonare con i suoi idoli. Ma non si tratta del solito chitarrista e nemmeno di un bassista. Lui è un batterista, e questo spiazza non poco la band. Al termine di un breve conciliabolo, si decide che sì, può sedersi al posto di Max Bassim, e lui attacca con una Bow Down decisamente muscolare. Se la cava egregiamente, il pubblico lo acclama. Si chiama Giovanni, detto John, e suona già come turnista per diversi progetti indie italiani. Bravo John, ci hai regalato un bel momento.
Le ultime cartucce, come da copione, sono anche le più succose, ma a questo punto della serata il verdetto è già ampiamente emesso. Au Pays Du Cocaine e Trinidad sfondano qualunque barriera, compreso quel leggero senso di sazietà che mi assale dopo ogni concerto. Rientro a casa con la voglia di riascoltare “Getting Killed”. E lo faccio, con gusto, prima della buonanotte. Ora suona diverso. Suona decisamente bene. La magia del live.
Paolo