Questa recensione è stata scritta prima dell’uscita della notizia secondo cui Evan Dando, frontman dei Lemonheads, avrebbe inviato video espliciti non richiesti a diverse donne, tra cui una sua fan. Queste accuse hanno sollevato preoccupazioni sulla sua salute mentale. Dando è stato ricoverato in ospedale per ricevere cure e supporto. La moglie Antonia Teixeira ha dichiarato che il suo comportamento era dovuto a un “meltdown mentale” e a una ricaduta nella dipendenza. Dando stesso ha ammesso di aver “perso la testa” e di essere dispiaciuto per le sue azioni. Queste accuse sono tuttavia ancora in fase di indagine.

A diciannove anni dall’ultimo disco di inediti, il dimenticato (anche dallo stesso autore) album omonimo, e dopo due raccolte di sole cover, i Lemonheads di Evan Dando sono tornati con undici tracce assolutamente credibili e di ottimo gusto.
In “Love Chant” la voce del leader è quella che abbiamo potuto sentire dal vivo in questi ultimi anni. Una voce molto più bassa rispetto a quella del periodo di successo degli anni Novanta, sporca, figlia di decenni di eccessi, ma al contempo melodica, sincera, bellissima. A darle man forte, oltre alla chitarra dello stesso Dando, ci pensano Farley Glavin al basso e John Kant alla batteria. A questi bisogna sommare varie voci di accompagnamento femminili, fra cui anche quella indimenticabile di Juliana Hatfield in ben due brani.
La scaletta scorre liscia riportando in auge varie sonorità alle quali Dando ci ha sempre abituato. Ecco quindi il punk pop dell’iniziale 58 Second Song (che a dispetto del titolo supera i tre minuti di durata), il riff irresistibilmente alternative (qui alla chitarra c’è anche un certo J Mascis) del singolo Deep End e l’intro sabbathiana di In the Margin. Più avanti troviamo il motivo grunge di Wild Thing e gli intrecci chitarristici di Be In.
Cell Phone Blues meriterebbe di entrare in ogni futura scaletta dal vivo dei Lemonheads. Si difendono anche il noise dolce di Togetherness Is All I’m After, il synth non ingombrante di Marauders, la marcia doorsiana della title track e il folk intimista di The Key of Victory. Roky chiude il disco con un classic rock.
Un album nostalgico, ma vivo e presente. Un grandissimo regalo da uno dei più grandi autori power pop viventi.
Andrea Manenti

Mi racconto in una frase: insegno, imparo, ascolto, suono
I miei 3 locali preferiti per ascoltare musica: feste estive (per chiunque), Latteria Molloy (per le realtà medio-piccole), Fabrique (per le realtà medio-grosse)
Il primo disco che ho comprato: Genesis “…Calling All Stations…” (in verità me l’ero fatto regalare innamorato della canzone “Congo”, avevo dieci anni)
Il primo disco che avrei voluto comprare: The Clash “London Calling” (se non erro i Clash arrivarono ad inizio superiori…)
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso: adoro Batman
