We’re on the one road
Maybe the wrong road
It’s the road to fuck knows where
We’re on the one road
Maybe the wrong road
But we’re together now so I don’t care
Sabato 6 dicembre mi sono svegliata male, malissimo. Avevo un fortissimo mal di testa, una quantità di sonno arretrato da riempirci un copri-piumone matrimoniale e uno stato di ansia perpetua che mi accompagna da quando ho iniziato un nuovo lavoro che sta mettendo in discussione le mie scelte di vita… Insomma, un risveglio di merda, come ce ne capitano tanti in questi tempi bui dominati da ansia da prestazione e benzodiazepine. Comunque, mi sveglio consapevole di avere pochissimo tempo per preparare al volo una valigia, saltare su un aereo e volare verso Leeds, UK baby, dove mi attende il concerto più importante della mia vita.
Sì, perché qualche mese fa la mia band, i Lowinsky, è stata invitata ad aprire uno dei concerti della reunion dei Babyshambles. Ora, chi segue la scena indie rock da più di dieci anni – che sia devoto seguace o detrattore del culto di Doherty e co. poco cambia – si renderà conto di cosa questo significhi per una band indie che da anni arranca nel panorama underground italiano cercando di non affogare nel mare di trip-trap e del retaggio della leggendaria musica leggera italiana. Praticamente è come se… insomma, provate a immaginare che uno dei vostri eroi dell’adolescenza (ok, diciamo post-adolescenza, ma insomma, sappiamo che ormai le fasi della vita sono spostate in avanti, no?) voglia accanto a sé in occasione di un evento molto significativo proprio voi, piccoli fan con gli occhi a cuoricino; e non dovete fare la velina muta, ma dovete esibirvi davanti al suo pubblico.
Ok, dunque, ecco, avrei voluto prepararmi dignitosamente a questo evento: nella mia mente mi sarei svegliata quella mattina dopo una notte di sonno ristoratore, avrei fatto una lunga colazione tra un vocalizzo e un vocal fry, avrei scelto un outfit perfetto per l’occasione, avrei baciato in fronte i miei figli e con passo leggiadro mi sarei avviata verso l’aeroporto, sicura e piena di entusiasmo.

Ma la mia vita non è un reel di Instagram in cui inneggio all’Hygge e alla vita lenta, quindi la realtà mi ha vista alzarmi dal mio letto bestemmiando, sfatta come Amy Winehouse dopo una notte brava, buttare due cose a caso nella valigia, ringhiare qualcosa a mio marito che mi chiedeva se fossi pronta e in silenzio e fastidio dirigermi in aeroporto pregando di dormire per l’intera durata del volo. Se mi devo pensare rockstar, l’immagine che mi si para prepotentemente davanti è Pete a un concerto a Brighton qualche anno fa, ancora lontano dal suo stato di grazia (e sobrietà) attuale, che si fa tutto il concerto con un cerotto che gli ciondola dal mento. Ecco, alla partenza per questo viaggio io ero quel Pete.
È proprio vero che è la nostra attitudine che sceglie per noi quello che ci piace, ecco, la mia non poteva scegliere meglio. Alla fine in volo ho dormito e per fortuna l’atterraggio è stato “morbido”; naturalmente a Leeds pioveva e questo mi ha inaspettatamente riempito di contentezza. Dunque a quel punto avevamo poco più di 24 ore per preparaci all’evento.
Questo concerto è stato accolto dai vari componenti della band con reazioni piuttosto variegate… Carlo, che ha orchestrato e gestito il tutto (lui è il nostro deus ex machina, se facciamo le figate, insomma, è merito suo), è una delle persone più “focalizzate” che io conosca: è determinato, è come se avesse un radar interiore che lo spinge verso le cose che desidera davvero, e infatti mi ha sposata, e poi è riuscito a fondare e portare avanti innumerevoli progetti musicali, a conoscere e condividere il palco con quasi tutti i suoi idoli musicali… quindi sì, lui ha reagito “da Carlo”, con quel sorriso stampato per settimane che sussurra ironicamente “ce l’ho fatta anche stavolta”. Davide all’inizio non aveva capito, ma questo è tipico di Tasso: lui funziona sotto pressione, i suoi sensi si risvegliano un minuto prima di attivarsi e per fortuna il passaporto era già pronto altrimenti addio Leeds, addio Babyshambles, addio giovinezza… Quando però ha capito cosa stavamo per fare ha sprigionato tutto l’entusiasmo che aveva dimenticato di avere per anni e si è calato perfettamente nella parte: modalità Tasso attivo on. Elena dopo un primo slancio di esaltazione purtroppo ha dovuto fare i conti con la vita adulta e ha dovuto rinunciare a questa gita di gruppo.
And if I, if I could go
Back in time
And if I, if I could go
Back in time
I’d go to the show where I did not show
And I would not show

Elena ci è mancata, naturalmente, e ci è dispiaciuto non condividere con lei questa avventura, però non possiamo dire che abbia lasciato un vuoto perché il suo posto è stato preso da Flo. Florian è un compagno di viaggio da anni, da sempre praticamente, da quando nei sudati locali bergamaschi e milanesi aspettavamo che partisse quella canzone che ci faceva sentire parte di un gruppo, parte di un movimento, di un’era. Spesso quella canzone era Fuck Forever e nonostante non fossimo più diciottenni incazzati allora e non lo siamo più oggi, quell’inno ci rappresentava perfettamente, e continua a farlo, perché forse non guariremo mai dal nostro mal di vivere da millenials e non smetteremo mai di crogiolarci nel nostro malessere come stile di vita. Siamo stati progettati così e nessuno ha fatto niente per cambiarci, e in fondo, a noi piace così. Quindi Florian, figuriamoci, ha accettato senza pensarci troppo e in due settimane ha imparato tutti i pezzi in scaletta, perfettamente (è un mastro delle corde, per chi ancora non lo sapesse). Federico… Federico è giovane e come è giusto che sia è stato il primo che si è mobilitato per poterci essere, lui voleva esserci a tutti i costi, non si sarebbe perso questo concerto per niente al mondo, perché insomma, voglio dire, chi non vorrebbe, a 23 anni, salire su un palco internazionale e aprire a una band che ha segnato un’intera generazione?! Ok, non la sua, ma cosa importa? E Fede comunque è il più punk tra tutti noi, così punk dentro che guardando un documentario della BBC sul club dei 27, la sera prima del concerto, alla domanda ironica di Tasso “ma Pete Doherty è ancora vivo?”, ha risposto “Chi cazzo è Pete Doherty?!”. Adoremus.
Io avrei tanto voluto essere il Fede, invece fino a che non sono salita su quel palco il mio cervello è stato investito da una amalgama di senso di colpa e di inadeguatezza (Cristo, e se non mi esce la voce? E se stecco?), manie di grandezza (inviterò Pete sul palco e duetteremo “Love you but you’re green” e il giorno dopo sarò sulla BBC anche io), desiderio di fuga (ok, io questa cosa non la voglio fare) e rassegnazione (dai, manca poco)…
Finché non sono salita sul palco, indossando un outfit che non c’entrava un cazzo, con il terrore che la mia voce si rifiutasse di uscire dalla mia bocca, cercando lo sguardo dei miei compagni di band come una bambina cerca lo sguardo della mamma quando si allontana al parco, e utilizzando come stella polare Drew, che ci ha seguito per tutto il live dal palco, e che anche solo con la sua presenza ci ha rassicurati e fatto sentire davvero parte della gang. Quindi abbiamo suonato, ed è andata pure bene, abbiamo fatto quello che siamo abituati a fare, con la differenza che sotto di noi c’erano migliaia di persone e quelle persone per cui eravamo perfetti sconosciuti che cantano in una lingua incomprensibile e in un inglese imperfetto, ci ascoltavano e pure con interesse: bingo.
Abbiamo suonato, è filato tutto (più o meno) liscio, ci siamo divertiti e ci siamo goduti ogni applauso, ogni testa che ciondolava, ogni sorriso. Quindi? È stato un concerto. Sì, un concerto, non come tanti, certo, ma qualcosa che ci è familiare. Esattamente come ci sono familiari, nel senso più letterale possibile, i Babyshambles, che sono stati per noi un punto di riferimento per più di una decade quando erano in attività, lo sono stati anche da sciolti per altrettanti anni, perché hanno continuato ad essere, per noi, non solo la musica che ci rappresenta, ma un sistema, quello in cui ci siamo ritrovati catapultati negli anni subito successivi alla nostra presunta maturità…
La controcultura indie dei primi anni duemila è lo specchio dei giovani che siamo stati, e questa ondata di “Nostalgia” che sta accogliendo tutte le reunion possibili e immaginabili dimostra che non siamo pronti a dire addio alla nostra giovinezza, che vi restiamo legati a doppio filo nonostante siamo diventati grandi, con nuove consapevolezze e, per fortuna, nuove modalità di sfogo. Quindi alla fine del live non ero più Pete col cerotto pendente dal mento, ma Pete che prima del concerto fa yoga (è successo, non è patto narrativo). Si cresce e si cambia, e menomale, direi, altrimenti con tutta probabilità non avremmo potuto assistere al live di domenica 7 dicembre e chissà quanti altri… Ce lo ha ricordato la band stessa, che ha dedicato l’intero set a chi sarebbe dovuto essere ancora sul palco e che invece ha lasciato il vuoto: Amy, Mani, Pat… Ricordare chi non c’è più e che spesso ha lasciato questo mondo per senso di inadeguatezza e inettitudine suona proprio come una cosa che farebbero delle persone adulte, e come degli adulti i Babyshambles hanno omaggiato i loro amici non come avrebbero fatto vent’anni fa, distruggendo e distruggendosi, ma con rispetto contemplativo: guardando quelle immagini proiettate su un maxischermo come se fossero davvero loro, facendo quello che davvero li accomunava, e che non erano la droga e la perdizione, ma molto più semplicemente la musica.
Molto più semplicemente perché spesso ci siamo complicati la vita cercando qualcosa di irraggiungibile in luoghi oscuri, remoti e idealizzati, ma che alla fine, sul lungo percorso, stava racchiuso su un palco, in un aereo low cost o dentro un pub inglese. Purché fosse condiviso. Pete, Drew, Mick e Adam sono diventati grandi e in qualche modo sono sopravvissuti, e così noi. Siamo qui e facciamo quello che ci piace fare nonostante tutto, insieme.
Linda Gandolfi, voce dei Lowinsky.
Ph: Jess Bennett

Smemorato sognatore incallito in continua ricerca di musica bella da colarmi nelle orecchie. Frequento questo postaccio dal 1998…
I miei 3 locali preferiti:
Bloom (Mezzago), Santeria Social Club(Milano), Circolo Gagarin (Busto Arsizio)
Il primo disco che ho comprato:
Musicasetta di “Appetite for Distruction” dei Guns & Roses
Il primo disco che avrei voluto comprare:
“Blissard” dei Motorpsycho
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Parafrasando John Fante, spesso mi sento sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Ma poi metto in cuffia un disco bello e intuisco il coraggio dell’umanità e, perchè no, mi sento anche quasi contento di farne parte.
