Milano, 26 novembre 2025

Perché i Black Rebel Motorcycle Club ci piacciono così tanto? Che cosa ci attira a tal punto da farne un piccolo culto? Beh, credo che il loro segreto stia nell’amalgama. Mi spiego meglio. Come tante altre band relativamente moderne, anche il trio di San Francisco ha puntato fin dall’inizio sul recupero e il rimestaggio di generi già ampiamente esplorati in passato. La sua ricetta, peraltro, è più che mai ricca di ingredienti. Si va dal garage alla new wave, passando per psych-rock, shoegaze e addirittura una spruzzata di brit-pop (in salsa americana, si intende). Ottenere un impasto compatto e uniforme da cotanta materia è un’impresa che soltanto i grandi chef riescono a compiere. Ebbene, i Black Rebel, in questo, sono dei veri maestri. Il loro suono è un amalgama perfetto composto da elementi che nell’insieme non riesci nemmeno a distinguere. Un suono originale, dunque. Una firma autentica e riconoscibile, che negli anni Zero, suo malgrado, finì dritta nel calderone indie-rock. Niente di più sbagliato. Perché rispetto alla gran parte delle band di quel periodo, gli alchimisti Peter Hayes e Robert Levon Been non hanno mai distolto lo sguardo dalla pietra filosofale che trasforma in oro i metalli vivi: il caro vecchio blues. L’ingrediente, questo sì distinguibile, che rende l’amalgama più saporito.

“Howl”, il loro terzo disco uscito nel 2005, ne è la celebrazione. Una dichiarazione d’amore alle radici della propria musica, con tanto di virata acustica e scomparsa quasi totale della pedaliera. Ed eccoci finalmente al punto. All’essenza, per rimanere in tema, di questo report. Al Fabrique di Milano, i Black Rebel Motorcycle Club hanno festeggiato i vent’anni dall’uscita di “Howl” con un live assolutamente inedito. Chi è già stato a un loro concerto (ma anche chi non li ha mai visti) sa perfettamente quanto siano potenti e abrasive le loro performance. Capirete bene, dunque, l’effetto straniante che si prova di fronte all’esecuzione, praticamente integrale, di un disco in sostanza rilassato. Un principio di spaesamento che però si è rivelato magico e lisergico. Un’esperienza che è andata ben oltre l’album stesso. Dal vivo, infatti, i brani di “Howl”, eseguiti in ordine sparso, hanno sprigionato tutto il loro carattere polveroso con una forza quasi ipnotica. Il dialogo tra i due leader, tra i loro strumenti e soprattutto tra le due voci, così simili ma entrambe indispensabili, si è fatto ancora più apprezzabile. Il tutto avvolto nella dimensione oscura, fumosa e febbricitante che è tipica del gruppo. Notevoli le versioni di Shuffle Your Feet, Promise (la loro Perfect Day, con Levon Been al piano) e la riedizione scarna della dylaniana Complicated Situation, eseguita dal solo Hayes rimasto incappucciato per tutta la durata del concerto. Sacrificato, per forza di cose, il ruolo della batterista Leah Shapiro.

L’ultima parte del live è stata una compilation dei pezzi più noti del combo californiano. Spread Your Love, Berlin, Beat The Devil’s Tatoo e via dicendo. I volumi si sono alzati, i battiti del cuore sono aumentati. E anche se l’impressione era quella della tassa da pagare a chi era venuto soltanto per le hit, bisogna ammettere che una spettinata finale ci stava benissimo. Qui i Black Rebel hanno servito con destrezza i loro piatti tipici. Rabbia, malinconia e stratificazioni in una ventina di minuti tiratissima. In sostanza: il famoso amalgama di cui sopra. Qualcuno si aspettava una chiusura in discesa con il classico Whatever Happened To My Rock’n’ Roll. Invece no, questa volta niente contentino. L’ultimo brano è stato Open Invitation, l’inno spirituale che chiude le celebrazioni di “Howl”. Ottimo così.

Paolo