Ah, cosa sono i Pixies? Sono vecchi maestri, padri spirituali, idoli del pubblico. Idoli degli idoli del pubblico. Andare a sentirli dal vivo è come tornare a scuola, sedersi al banco e controllare se sullo schienale c’è ancora inciso il testo di Debaser (Got me a movie, I want you to know!). Siamo al Parco della Musica, luogo al centro di parecchie critiche. A me invece non dispiace. L’ingresso è ampio e accogliente, l’acustica buona e i volumi altrettanto. Finalmente, aggiungerei. Meno piacevoli i prezzi di birra e panini, così come la nuvola di polvere che ogni tanto si alza. Ma preferisco un prato un po’ terroso a una spianata di cemento. Comunque chissene frega, passiamo al concerto.

Al mio fianco ci sono i soliti compagni di scuola: teste spelacchiate, teste pelate totali, in generale molto brizzolato, un paio di miracolati con i dreadlocks, barbe mediamente lunghe, no sigaretta elettronica sì tabacco trinciato, magliette di Sonic Youth, Clash, Eddie Vedder, Joy Division (tante), addirittura Bad Religion. Ok, c’è anche qualche giovane, ma sono pochi dai, siamo sinceri. Alla cattedra, invece, ci sono loro, Frank Black e soci. Invecchiati, ma non invecchiatissimi. Diciamo il giusto. C’è anche Emma Richardson dei Band of Skulls nel ruolo di nuova supplente, anzi sostituta, prima di Kim Deal e poi di Paz Lenchantin. Eguagliarle sarà complesso, ma vedremo.

Ma che ci fanno qui, i Pixies, senza nemmeno un disco in uscita? La risposta è di quelle cha vanno molto di moda oggi: festeggiano un anniversario. I bostoniani sono qui per raccontarci quarant’anni di musica abrasiva ma dolce, confusa ma diretta, melodica ma urticante, e non so quale altro aggettivo usare per inquadrare il guazzabuglio di idee (pazzesche) messe insieme da questi quattro. Il fatto è che la lezione inizia con un imprevisto. Una cover, nello specifico. E l’effetto è straniante, come quando il professore entrava in classe e anziché aprire il libro di Algebra apriva quello di Fisica, al capitolo Termodinamica. Oddio, la termodinamica. Non ricordo esattamente cosa sia, ma forse l’esempio è calzante. La cover in questione, infatti, è In Heaven (Lady in the Radiator) di David Lynch, colonna sonora di “Eraserhead”. Calore, energia, radiatori. Insomma, siamo lì.

Sorpresa, disorientamento. In fin dei conti è proprio questa la reazione che i Pixies cercano di ottenere fin dal loro esordio. Ed è per questo che a rendere speciale il live milanese non sono tanto i grandi classici – quelli si sa che li suonano – ma gli imprevisti. Inutile sottolineare quanto siano ancora potenti canzoni come Hey, Caribou o Tame. Lo sappiamo: c’è un’intera letteratura pronta a ricordarci che Nirvana, Radiohead, Weezer e perfino gli Strokes non sarebbero gli stessi senza brani come questi. Inutile incensare per l’ennesima volta Here Comes Your Man. È un inno generazionale, suonato bene, in scioltezza, bellissimo. Altrettanto inutile dirvi che Gouge Away, Monkey Gone To Heaven e Wave of Mutilation mantengono la stessa aura misteriosa, orrorifica, che avvolge almeno tre generazioni di musicisti. Non serve ripeterlo.

Preferisco parlarvi di quello che non mi aspettavo. Non mi aspettavo, ad esempio, ben tre pezzi da “The Night The Zombies Came”, l’ultimo disco uscito un paio di anni fa. Lo ammetto: lo ascoltai distrattamente per poi abbandonarlo quasi subito. Fu un errore, perché oggi scopro che Chicken e The Vegas Suite sono due belle ballate in pieno stile Pixies post-reunion, certamente da ripescare. Tantomeno mi aspettavo che in scaletta finisse qualcosa da “Indie Cindy”, il disco-non-disco uscito 21 anni dopo lo scioglimento e che di fatto segnò il ritorno del gruppo nel 2014. Si tratta di un album storicamente poco quotato, per il quale, però, nutro da sempre una passione perversa. Ascoltare dal vivo Snakes e soprattutto Greens and Blues mi rende frizzantino. Non avevo previsto neanche che stasera avrebbero suonato due volte Wave of Mutilation, la seconda in versione B-side, una sorta di moviolone in salsa slowcore dell’originale.

Ma soprattutto non avevo previsto che la band di Boston fosse così in forma. Forse spinge un po’ meno rispetto a un tempo, com’è ovvio, ma a ritmi più bassi guadagna in precisione. La voce di Frank Black non ha perso il suo tipico graffio. In Debaser ci mette pure una punta di blues. La chitarra di Joey Santiago continua a ululare nella notte. David Lovering dialoga a meraviglia con Emma Richardson, che riesce benissimo a non far rimpiangere chi l’ha preceduta. E Where is My Mind? Sì, l’hanno fatta, ma non ve ne parlo perché non mi ha convinto. Maestosa e sognante come sempre, ma l’hanno suonata perché dovevano farlo. Fatta quella, in effetti, molta gente inizia ad avviarsi verso l’uscita. Mi vergogno un po’ per loro. Ma dico io, dove siamo, al concerto degli Hanson? Tutti qui solo per ascoltare Mmmbop? Beh, vi siete persi il finale con Into The White cantata interamente da Richardson. Questo sì, abbastanza un classico.

Paolo