C’è una cosa curiosa che succede quando hai vent’anni. Pensi di ascoltare musica nuova. Poi un giorno scopri che quella musica ha un nonno. E quel nonno non è elegante, non è nostalgico, non parla del passato con malinconia. Anzi. Continua a sembrare  un bizzarro alieno psicopatico arrivato dal futuro. Quello zio strambo e corpulento con la voce stridula e isterica si chiama Black Francis, la sua band si chiama Pixies e non hanno mai smesso di fare sul serio.

La fregatura è questa: i Pixies non sembrano  proprio una band di fine anni 80, tuttalpiù un manipolo di gentaglia che ha auscultato il 2026 e poi è tornata indietro per registrare Doolittle. È il motivo per cui, quando parte Debaser, non hai la sensazione di mettere su un pezzo stantìo. Hai la sensazione che Apple Music abbia avuto un cazzo di glitch temporale.

 

Non dovrei spiegarvelo io, ma i Pixies hanno inventato una grammatica. Non una lingua, perché le lingue cambiano. La grammatica invece resta sotto tutto quello che dici. È invisibile. Hanno scritto le regole di un sacco di musica che oggi consideriamo “normale”.

Prendi qualsiasi playlist indie, alternative o perfino certo pop costruito sulle chitarre. C’è quella voce che sembra sul punto di rompersi. C’è il pezzo che passa dal sussurro all’esplosione senza chiedere il permesso. C’è la melodia bellissima nascosta dentro un rumore che sembra registrato in un garage abitato da fantasmi gentili. Tutte cose che oggi sembrano naturali. Ma qualcuno, a un certo punto, ha deciso che si poteva fare. E quel qualcuno erano quattro tipi di Boston che sembravano capitati in sala prove per sbaglio.

La formula era semplicissima: strofa piano, ritornello fortissimo. Solo che detta così è come dire che la carbonara è  una minchi di pasta con le uova. Ok Manca tutto il resto. Nei Pixies il silenzio serve a rendere il rumore ancora più enorme. Le canzoni sembrano sempre sul punto di perdere il controllo, ma non lo fanno mai davvero. È come guardare uno che va in bicicletta senza mani in mezzo al traffico: sai che potrebbe cadere da un momento all’altro e proprio per questo non riesci a distogliere lo sguardo.

Black Francis. Non canta per piacere. Canta perché sembra l’unico modo per evitare un’esplosione. Urla, bisbiglia, ride, si contorce. Accanto a lui, oggi, c’è Emma Richardson, entrata nella formazione nel 2024, che raccoglie un’eredità delicata senza cercare di imitare nessuno. Ogni volta che la sua voce si intreccia con quella di Francis, il suono si apre e torna a respirare.

Se hai vent’anni forse pensi che questa alternanza tra fragilità e casino sia una caratteristica della musica contemporanea. In realtà è uno dei regali che i Pixies hanno lasciato in giro. Senza quel modo di costruire la tensione probabilmente il rock degli anni Novanta sarebbe stato un’altra cosa. E senza quel rock, buona parte dell’indie degli anni Duemila avrebbe avuto un altro suono. E senza quello, perfino molti artisti che oggi riempiono i festival probabilmente scriverebbero canzoni diverse.

È un effetto domino che attraversa quarant’anni di musica.

Pensaci. I Nirvana hanno preso quella dinamica e l’hanno trasformata in una rivoluzione mondiale. I Radiohead hanno imparato che una canzone può essere disturbante senza smettere di essere bellissima. Gli Strokes hanno capito che la sporcizia può essere elegante. I Franz Ferdinand hanno ereditato quella tensione nervosa che ti costringe a muovere il piede anche quando il testo parla di cose tutt’altro che allegre. I Fontaines D.C., gli IDLES, i Black Country, New Road e dozzine di gruppi nati quando i Pixies erano già entrati nella categoria “classic rock” continuano, consapevolmente o meno, a dialogare con loro.

 

Se parliamo di Shinnema, è un po’ come scoprire che il tuo regista preferito è cresciuto guardando Kubrick. Puoi anche decidere di non vedere Kubrick. Ma all’improvviso capisci perché certe inquadrature ti sembravano così familiari. no?

E poi c’è un’altra ragione per ascoltarli. Viviamo in un’epoca che tende a spiegare tutto. Le canzoni spesso arrivano con il libretto delle istruzioni incorporato: ti raccontano esattamente cosa provare, quando emozionarti e dove piangere. I Pixies fanno il contrario. Ti buttano dentro immagini assurde, surrealismo, riferimenti biblici, alieni, violenza, sesso, film di Buñuel, animali, nonsense e poesia senza preoccuparsi troppo che tutto torni.

Non sono criptici per fare i sofisticati. Sono liberi. E questa libertà oggi suona quasi rivoluzionaria. Ascoltare i Pixies a vent’anni significa concedersi il lusso di non capire tutto subito. Di ascoltare una canzone cinque volte e ogni volta notare qualcosa che era rimasto nascosto. Una chitarra. Un urlo. Un controcanto. Una pausa. È musica che non si consuma. Si frequenta.

E infatti i Pixies resistono a una cosa che manda in pensione moltissimi gruppi: l’algoritmo. Non sono fatti per diventare un sottofondo mentre cucini. Ti interrompono. Ti distraggono. Ti costringono ad alzare la testa dal telefono. Hanno ancora quella qualità rarissima per cui una canzone non riempie semplicemente un momento: se lo prende. Per questo il concerto di questa sera al Parco della Musica di Milano è molto più di un’operazione nostalgia. È una specie di lezione pratica. Se hai vent’anni e non li hai mai visti, hai l’occasione di capire da dove arrivano decine di band che ascolti tutti i giorni.

La scaletta, del resto, è quasi un corso accelerato. C’è Debaser, l’inizio di tutto, ancora oggi una scarica di adrenalina che sembra scritta la settimana scorsa. C’è Monkey Gone to Heaven, che riesce a parlare di ecologia, religione e apocalisse senza sembrare una conferenza TED. C’è Hey, probabilmente la canzone più sensuale mai costruita su un giro di quattro accordi. C’è Gouge Away, che alterna dolcezza e ferocia con una naturalezza disarmante. C’è Wave of Mutilation, proposta addirittura in due versioni, quella elettrica e la celebre versione UK Surf, quasi a ricordare che una grande canzone può vivere più vite. E poi Here Comes Your Man, Velouria, Planet of Sound, Bone Machine, Caribou, Cactus, Mr. Grieves, Ana, : ogni brano è un pezzo di DNA che il rock alternativo si porta ancora addosso. Ci sono anche due cover che raccontano molto del loro immaginario. Aprire con In Heaven (Lady in the Radiator Song) di David Lynch significa dichiarare subito che il surrealismo è casa. Registrare nel ’90 Winterlong di Neil Young vuol dire accendere un cero a  uno dei padri spirituali della loro idea di musica: sporca, emotiva, imperfetta: vera.

 

E poi, inevitabilmente, arriva Where Is My Mind?. La canzone che il cinema, le serie TV e Internet hanno trasformato in un monumento pop. Ma sentirla dal vivo è un’altra cosa. Perché ti ricorda che, prima di diventare la colonna sonora di migliaia di post malinconici, era semplicemente una canzone stranissima, fragile e gigantesca allo stesso tempo. Forse è questo il vero motivo per cui vale la pena recuperare i Pixies. Non per cultura musicale. Non per poter dire “io li ascoltavo”. Non per fare il brillante con gli amichetti dell’hipster bar, ma perché ogni generazione ha bisogno di incontrare qualcuno che le ricordi che le regole possono essere riscritte.

I Pixies lo hanno fatto alla fine degli anni Ottanta.

La cosa incredibile è che continuano a farlo ogni volta che qualcuno, a vent’anni, preme play. O entra sotto un palco, questa sera a Milano, senza sapere che sta per assistere non soltanto a un concerto, ma all’origine di una quantità impressionante della musica che ama già.