Il debutto con PRATTS & PAIN aveva messo subito le cose in chiaro: i Royel Otis non erano l’ennesima promessa passeggera. Con la produzione elegante e mai prevedibile di Dan Carey, il duo australiano aveva trasformato l’entusiasmo degli esordi – alimentato anche dalla fortunata Oysters in My Pocket – in un progetto solido e riconoscibile.
A distanza di appena un anno, l’estate scorsa è arrivato hickey, il secondo album, pubblicato il 22 agosto. Un lavoro più maturo, sostenuto da singoli come car, moody, say something e who’s your boyfriend. Sarà proprio questo disco il cuore della loro prima esibizione italiana, attesa il 3 dicembre al Fabrique di Milano. Dopo il sold out del 2024 alla Santeria Toscana, i Royel Otis tornano a Milano, questa volta sul palco del Fabrique. I biglietti sono ancora acquistabili, anche tramite Ticketmaster. Qui il link per comprare i biglietti
Royel Maddel e Otis Pavlovic – volti e anime del progetto – continuano a muoversi in quell’alternative pop limpido solo in superficie, fatto di ritornelli immediati ma intrisi di una malinconia che rimane addosso. «Scriviamo sempre di amore e di cibo, le due cose che ci rendono più felici», ci dicevano un anno fa in un’intervista ricca di momenti surreali e di aneddoti, compreso il loro primo incontro in un bar di Bondi Beach.
hickey porta la firma, oltre che del duo, di produttori come Blake Slatkin, Lydia Kitto, Chris Collins e Julian Bunetta, e segna anche il loro ingresso nella scuderia Capitol Records. È un disco che oscilla tra ballate confidenziali e brani più danzabili, mantenendo sempre lo stesso filo conduttore: le ferite d’amore, «perché l’amore morde più forte di qualsiasi altra emozione».
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Un lavoro che ha trovato subito riconoscimento in patria: agli ARIA Awards 2024 i Royel Otis sono stati tra i nomi più citati, conquistando quattro premi, tra cui Miglior Album Rock e Miglior Gruppo.

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
