graham coxon castle oark artwork

C’è una canzone di “Castle Park” che contiene l’essenza di Graham Coxon. Ma che dico contiene? La sprigiona. La lascia esplodere in tutta la sua esponenziale ricchezza. La canzone si intitola Easy, e forse la conoscete già. Dopotutto è un singolo del disco, c’è pure un video facile facile (come da titolo) diretto da Aidan Cochrane. Dentro, dicevo, ci puoi trovare tutto quello che Coxon è stato e sempre sarà. Un ammasso variopinto che mette insieme almeno tre o quattro decenni di musica inglese, suonata con il gusto di chi ha un buon orecchio anche per l’indie-rock americano. È una ballata leggera e gentile, che non riesco a smettere di ascoltare. Dopo i primi trenta secondi di chitarra e voce, Coxon cita il Bowie di Space Oddity nello stacco che porta all’ingresso della batteria. Poi il brano si sviluppa nell’inconfondibile stile di Graham. È un’ulteriore conferma di quanto sia stato incisivo il suo lavoro nei Blur e di quanto il suo sound abbia influenzato parecchi colleghi a venire (Pete Doherty, per dirne uno: Easy starebbe benissimo in un suo disco solista).

“Castle Park”, in realtà, non è un album “nuovo”. Le dieci tracce che lo compongono sono rimaste a decantare per ben quindici anni negli scantinati del castello. Furono registrate nel 2011 durante le sessioni di “A+E”, ottavo lavoro solista del Nostro. La reunion dei Blur, gli impegni con il supergruppo The Jaded Heart Club, le due colonne sonore per la serie “The End Of The F***ing World” e la nascita del progetto The Weave in coppia con la compagna Rose Elinor Dougall (ex Pipettes), ne avevano poi bloccato la pubblicazione. Fino al 19 giugno scorso, quando il disco ha finalmente visto la luce. Ma nonostante il tempo passato, “Castle Park” mantiene una freschezza invidiabile. La patina vintage c’è, ma non è un contraccolpo degli anni, bensì un tratto peculiare voluto dall’autore già in fase di concepimento. Lo si intuisce dalla copertina, che raccoglie quattro vecchie cartoline di Colchester, nell’Essex, dove sorge il famoso castello che dà il titolo all’album. Qui Coxon trascorse buona parte della gioventù, tema centrale dell’opera.

Tutte le canzoni di “Castle Park”, infatti, assumono i colori pastello del ricordo. Raccontano con nostalgia piccole storie d’amore adolescenziale, tenere ripicche, gelosie da quattro soldi. Aneddoti agrodolci ambientati all’aperto, sotto il sole pallido d’Inghilterra. Come in Billy Says, ritratto ironico di un innocuo contaballe che promette l’impossibile seduto sulla sponda di un fiume. Qui si coglie l’influenza del primo Elvis Costello (a proposito di ascolti d’oltreoceano), quello power pop, da sempre un faro per Coxon. Ironia che si fa ancora più amara nella successiva Alright (You know I really think he looks the same as me / From behind), compendio Mod che guarda ai Kinks di “The Village Green Preservation Society”, fino a trasformarsi in autentica disillusione nella più distesa Isn’t It Funny.

La Swinging London torna a brillare nella deliziosa There’s A Little House, che gode del controcanto di Lucy Parnell e di un assolo di chitarra che è puro Coxon. Ultime due citazioni per la cover di When You Find Out dei The Nerves (quelli degli anni ’70), già rifatta in passato da Peter Bjorn and John, e la strumentale Melodie Pour Christine, che c’entra poco con il resto del disco ma risveglia la voglia di una bella soundtrack. Eppure “Castle Park” è un disco di cui parleranno in pochi. E molto probabilmente, a quest’ora, quei pochi hanno già parlato. Non c’è hype, nessuna rincorsa all’ultimo biglietto a prezzo dinamico, nemmeno un documentario in arrivo. Ma meglio così. Molto meglio così. Teniamoci stretto questo gioiellino. Come una vecchia cartolina di un compagno di classe, da conservare tra le pagine di un libro letto in un’estate di tanti anni fa.

Paolo