Milano, 11 febbraio 2026

Non servono molti giri di parole quando le canzoni fanno già tutto. I Biffy Clyro salgono sul palco dell’Alcatraz in una (stranamente mite e asciutta) serata milanese di febbraio alle 21 spaccate: niente intro pirotecniche da cinque minuti, niente hype, solo tre musicisti che entrano accompagnati da qualche strumentista e srotolano una scaletta di 23 brani, infilati uno dopo l’altro senza pause. 

La scrittura dei Biffy Clyro, che nei primi album era una band math/alt-rock molto tecnica, con cambi di tempo e strutture irregolari, dall’album “Puzzle” (2007) in poi si è evoluta, mantenendo quella complessità iniziale, ma incanalandola in ritornelli enormi e catartici, perfetti per la condivisione e la dimensione corale del live. La formula è ormai nota, con strofe quasi trattenute e melodie che esplodono, ma il risultato non è mai meccanico: durante l’ora e quarantacinque minuti di concerto, non si sfocia mai nell’effetto “compitino”, ma ogni pezzo accumula la giusta tensione e la libera con potenza in ritornelli che diventano un coro collettivo. 

A tenere le redini e calamitare le attenzioni è per lo più Simon Neil, che abita il palco in maniera naturale, spostandosi continuamente: dalla posizione centrale più canonica, fino alla parte alta della scenografia, in cui spesso canta di profilo. Un gesto che potrebbe sembrare teatrale, ma che comunica altro: in un Alcatraz sold out, imballato e gremito fino alle porte, quel movimento sembra fatto per includere chiunque, anche i più lontani, non per regalare la scena a un frontman vanesio, ma per assicurarsi che nessuno resti ai margini dell’esperienza.

In quest’ottica s’inserisce anche la scelta di parlare poco o niente tra un brano e l’altro: non è distanza o snobismo alla Alex Turner, ma è fiducia nella forza delle canzoni e nel legame con una fanbase che quelle parole le conosce a memoria e vuole urlarle a squarciagola. 

Lo si percepisce già dal pezzo che apre il concerto, A Little Love, che fa da apripista anche nell’ultimo album “Futique“, uscito lo scorso settembre: l’esplosione sul ritornello fa capire subito la direzione che prenderà l’intera esibizione, basata, da un lato, sulla potenza strumentale e vocale della band, dall’altra sulla partecipazione emotiva costante del pubblico. Un pubblico fatto di millennial e nostalgico quanto basta di quella scena che, tra la fine degli anni ‘00 e gli inizi degli anni ‘10, è esplosa per far riassaporare il rock nelle sue diverse forme a chi a quei tempi ondeggiava tra la fine dei vent’anni (cit.) e l’inizio dei trenta, scoprendo l’entrata nel mondo degli adulti con un sottofondo musicale di tutto rispetto – che adesso manca come l’aria.

I pezzi dell’ultima fatica trovano il giusto spazio in scaletta: dopo la track di apertura, arrivano Shot One, Hunting Season, Goodbye, Friendshipping, A Thousand and One e Two People in Love, tutti brani ben riusciti, che seguono la cifra stilistica ormai nota della band, tra ballate melodiche, aperture epiche e testi personali. A funzionare davvero, però, è l’inserimento di questi brani nella sequenza di pezzi che hanno reso i Biffy Clyro una delle band più popolari delle ultime due decadi (che piaccia o no). E così, ecco le atmosfere romantiche di Space, Biblical e Many of Horror, alternate alle più cariche Wolves of Winter, Tiny Indoor Fireworks, Black Chandelier, Mountains e la perfetta Bubbles

Una menzione a parte merita l’intensa performance acustica di Machines, uno dei pezzi più personali scritti da Neil (dopo la scomparsa della madre), che è a tutti gli effetti un inno alla resilienza e un invito a trovare la forza per raccogliere i pezzi in cui la vita sa romperci (“I’ve forgotten how good it could be to feel alive – Take the pieces and build them skywards”): solo strumenti e voci, luci soffuse e un’emotività che ha riempito ogni piccolo spazio vuoto rimasto tra i presenti.

Simon Neil non ha mai nascosto le fragilità che attraversano la sua scrittura – lutti, crisi personali, momenti di smarrimento – e proprio per questo i brani dei Biffy Clyro funzionano come spazi di riconoscimento: il canto collettivo e adeguatamente sguaiato che accompagna ogni ritornello sembra la condivisione cantata di qualcosa che ci riguarda tutti o che, per lo meno, tutti riconosciamo. 

È qui che il concerto dei Biffy Clyro fa un passo in più: non c’è bisogno di effetti speciali o digressioni motivazionali scritte dall’AI, quando c’è una band che mette la musica al centro e un pubblico che la trasforma in rito collettivo.
In un panorama live sempre più costruito sull’immagine, la loro essenzialità suona quasi controcorrente: mentre altri riempiono il palco di effetti per nascondere il vuoto, i Biffy Clyro tolgono il superfluo (vestiti compresi, perché, come fanno da anni, si presentano a torso nudo). D’altronde, non servono stylist e sovrastrutture per fare un bel concerto e i tre scozzesi lasciano che sia solo la musica a parlare per loro. 

I Biffy Clyro, insomma, scelgono la sostanza e dimostrano che, quando le canzoni reggono, non serve molto altro.

Sara Bernasconi

 

 

SCALETTA:

  • A Little Love
  • Hunting Season
  • That Golden Rule  
  • Who’s Got a Match?
  • Shot One
  • Space
  • Wolves of Winter
  • Tiny Indoor Fireworks
  • Goodbye
  • Friendshipping
  • Biblical
  • A Thousand and One
  • Different People
  • A Hunger in Your Haunt
  • Black Chandelier
  • Instant History
  • Two People in Love
  • Mountains
  • Machines
  • The Captain
  • Living Is a Problem Because Everything Dies
  • Bubbles
  • Many of Horror