Los Angeles è una città che promette sempre qualcosa. Un concerto, un incontro, una possibilità. Poi ci sono le macchine, le prove, gli affitti, i locali che chiudono e quelli che aprono qualche isolato più in là, dove la città non è ancora diventata troppo cara. È dentro questo paesaggio di attese, entusiasmi e piccoli fallimenti che nascono i Jawdropped. E Secret to Spare, il loro primo album, sembra avere una cosa molto chiara da dire: non bisogna per forza diventare qualcuno per avere qualcosa da raccontare.
Kyra Morling, Roman Zangari, Sean Edwards e Cook Lee-Chobanian arrivano tutti da una lunga frequentazione della musica e dei suoi tentativi. Progetti che non hanno trovato la strada, amicizie, concerti, anni passati a capire cosa significhi davvero provarci. Si sono incontrati a Los Angeles, hanno condiviso un concerto di Evan Dando e hanno cominciato a suonare insieme. Il risultato è un disco che guarda agli anni Novanta senza trasformarli in un museo. Ci sono i Lemonheads, i Dinosaur Jr., i Teenage Fanclub, c’è Paul Westerberg. Ma soprattutto c’è una voglia piuttosto rara di non nascondersi.
Bastano i primi dieci secondi di “The Line” per capire l’aria che tira. Una chitarra luminosa, un’apertura melodica che sembra arrivare da un’estate rimasta incastrata da qualche parte nella memoria. I Jawdropped prendono quella tradizione power-pop e la riportano a una dimensione personale, quotidiana, quasi domestica. Le voci di Morling e Zangari si cercano, si sovrappongono, si confondono. Non c’è bisogno di costruire personaggi enigmatici: qui si canta perché qualcosa preme, perché aspettare ancora un giorno può diventare insopportabile. “Monday” è una piccola dichiarazione d’urgenza sentimentale, un invito a smettere di rimandare quello che si vorrebbe dire.
Ma Secret to Spare non è soltanto un disco di chitarre felici. Sotto la superficie melodica si muove tutta la fatica di una generazione cresciuta con l’idea che prima o poi qualcosa sarebbe successo. “Cup” racconta la sensazione di arrivare tardi alla propria vita, mentre “Smoglight” mette insieme riff nervosi, notti di lavoro e mattine senza colore. In mezzo, quella frase ripetuta, «God, it’s so romantic», suona quasi come un tentativo di convincersi che sì, ne vale ancora la pena.
E forse è proprio qui che il disco trova la sua bellezza. Nei momenti in cui le cose non tornano, ma continuano a sembrare possibili. “Whiplash” trasforma le oscillazioni dell’esistenza in un piccolo anthem generazionale; “Cellulite”, invece, sceglie la strada della malinconia, misurando il tempo attraverso vestiti che non entrano più e tatuaggi accumulati lungo il percorso. Non servono grandi eventi per capire che si sta diventando adulti. A volte basta guardarsi addosso.
I Jawdropped suonano come una band che non ha nessuna intenzione di fingere di essere arrivata da qualche parte. Ed è un ottimo motivo per ascoltarla. Secret to Spare ha il calore delle cose fatte insieme, l’energia delle canzoni che funzionano senza chiedere permesso e quella sincerità un po’ sfrontata che rende certe melodie impossibili da togliersi dalla testa. Non cerca di reinventare il rock americano, non ne ha bisogno. Gli basta ricordarci perché ci siamo innamorati delle chitarre, delle voci che cantano all’unisono e di quelle estati che sembrano non finire mai. Anche quando, inevitabilmente, finiscono.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.


