I Victoryland arrivano da Philly ma il loro secondo disco, My Heart Is a Room with No Cameras in It, sembra vivere nello spazio sospeso tra seminterrati DIY e weekend infiniti a Brooklyn. Julian McCamman guida la band dentro un pop nervoso e storto che prende la struttura della canzone indie e la lascia sfilacciarsi ai bordi: urgenza punk, melodie luminose, quell’energia da blog-rock primi duemila che suona ancora sorprendentemente viva. “Fits” pulsa con un groove scattoso quasi da dancefloor lo-fi, mentre “No Cameras” parte come una pellicola consumata che prende luce nel proiettore. La mano del produttore Dan Howard si sente: chitarre che si rincorrono, eco vocali che girano in tondo, piccoli dettagli che trasformano idee semplici in momenti di epifania indie.
Al centro resta la voce di McCamman, fragile e un po’ sgangherata, capace di scivolare dall’ironia alla confessione – ascoltare “Blur” per credere. I testi oscillano tra immagini oblique e vulnerabilità diretta. Il risultato è un disco imperfetto nel modo giusto: disordinato, vivo, sincerissimo. Uno di quegli album che sembrano vuoti all’inizio, ma se resti abbastanza a lungo nella stanza iniziano a parlare.
Consigliatissimo l’ascolto in Cassetta, che potete comprare QUI
Smemorato sognatore incallito in continua ricerca di musica bella da colarmi nelle orecchie. Frequento questo postaccio dal 1998…
I miei 3 locali preferiti:
Bloom (Mezzago), Santeria Social Club(Milano), Circolo Gagarin (Busto Arsizio)
Il primo disco che ho comprato:
Musicasetta di “Appetite for Distruction” dei Guns & Roses
Il primo disco che avrei voluto comprare:
“Blissard” dei Motorpsycho
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Parafrasando John Fante, spesso mi sento sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Ma poi metto in cuffia un disco bello e intuisco il coraggio dell’umanità e, perchè no, mi sento anche quasi contento di farne parte.