I Victoryland arrivano da Philly ma il loro secondo disco, My Heart Is a Room with No Cameras in It, sembra vivere nello spazio sospeso tra seminterrati DIY e weekend infiniti a Brooklyn. Julian McCamman guida la band dentro un pop nervoso e storto che prende la struttura della canzone indie e la lascia sfilacciarsi ai bordi: urgenza punk, melodie luminose, quell’energia da blog-rock primi duemila che suona ancora sorprendentemente viva. “Fits” pulsa con un groove scattoso quasi da dancefloor lo-fi, mentre “No Cameras” parte come una pellicola consumata che prende luce nel proiettore. La mano del produttore Dan Howard si sente: chitarre che si rincorrono, eco vocali che girano in tondo, piccoli dettagli che trasformano idee semplici in momenti di epifania indie.

Al centro resta la voce di McCamman, fragile e un po’ sgangherata, capace di scivolare dall’ironia alla confessione – ascoltare “Blur” per credere. I testi oscillano tra immagini oblique e vulnerabilità diretta. Il risultato è un disco imperfetto nel modo giusto: disordinato, vivo, sincerissimo. Uno di quegli album che sembrano vuoti all’inizio, ma se resti abbastanza a lungo nella stanza iniziano a parlare.

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