Consigliatissimo l’ascolto in Cassetta, che potete comprare QUI

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.

I Victoryland arrivano da Philly ma il loro secondo disco, My Heart Is a Room with No Cameras in It, sembra vivere nello spazio sospeso tra seminterrati DIY e weekend infiniti a Brooklyn. Julian McCamman guida la band dentro un pop nervoso e storto che prende la struttura della canzone indie e la lascia sfilacciarsi ai bordi: urgenza punk, melodie luminose, quell’energia da blog-rock primi duemila che suona ancora sorprendentemente viva. “Fits” pulsa con un groove scattoso quasi da dancefloor lo-fi, mentre “No Cameras” parte come una pellicola consumata che prende luce nel proiettore. La mano del produttore Dan Howard si sente: chitarre che si rincorrono, eco vocali che girano in tondo, piccoli dettagli che trasformano idee semplici in momenti di epifania indie.