Il nuovo disco dei Car Seat Headrest, The Scholars, segna una svolta ambiziosa per la band di Will Toledo, che, da progetto solista nato nel sedile posteriore di una macchina, è diventata una delle realtà più innovative del panorama indie rock. Con The Scholars, Toledo abbraccia appieno la forma del rock opera, pur mantenendo la capacità di creare canzoni che si possono apprezzare singolarmente. Tuttavia, come spesso accade con le opere di questo tipo, il rischio di perdersi nel labirinto narrativo e musicale è sempre dietro l’angolo, e qui il disco mostra sia i suoi punti di forza che le sue debolezze. Il tutto si sintetizza così: un’opera ambiziosa ma disorientante.

La trama di The Scholars si svolge all’interno dell’immaginaria Parnassus University, dove una serie di personaggi si imbarca in ricerche esistenziali e filosofiche. Tra di loro ci sono il narratore Chanticleer, Beolco, un drammaturgo in crisi creativa, Devereaux, il figlio di un conservatore religioso, e Rosa, una studentessa di medicina capace di resuscitare i morti. A questi si aggiungono altri personaggi e situazioni che sfiorano la distopia e l’assurdo, come una comunità che si veste di pellicce e piume (la canzone Lady Gay Approximately è il miglior esempio di questo straniamento). Questi protagonisti si muovono in un contesto che sembra ispirato tanto a Il Mago di Oz quanto a La Tempesta di Shakespeare, ma con un’impronta più contorta e surreale, che a tratti si avvicina al surreale Lynchiano. A livello musicale, The Scholars è un’ode alla sperimentazione: ci sono intermezzi prog, sonorità che spaziano dal punk all’elettronica, dall’indie rock all’influenza della psichedelia. Le canzoni più lunghe, come Gethsemane (10 minuti) e Planet Desperation (19 minuti), sono veri e propri viaggi sonori, con cambi di ritmo, incursioni nel noise e riff che sembrano sfidare ogni convenzione strutturale. Tuttavia, la densità di questi brani può risultare opprimente, con un eccesso di idee che non riescono sempre a confluire in un’esperienza coesa.

 

 

Will Toledo si dimostra un maestro nella creazione di atmosfere, ma anche un po’ troppo ambizioso nel voler raccontare una trama davvero troppo complessa. La sua preoccupazione di voler scrivere canzoni che possano essere ascoltate singolarmente, senza la necessità di conoscere l’intero arco narrativo, lo ha portato a un paradosso: se da un lato The Scholars è un’opera che fatica a emergere come un unico flusso musicale continuo, dall’altro la sua forza risiede proprio nella capacità di generare momenti che funzionano perfettamente al di fuori del contesto. In canzoni come The Catastrophe (Good Luck With That, Man), un punk energico che sfida le convenzioni di ogni genere, o CCF, un pezzo che mescola jazz, funk e rock con una naturalezza sorprendente, Car Seat Headrest riesce a far sentire l’effetto di una band che ha fatto della sperimentazione la sua cifra stilistica. In questo contesto, Toledo sembra voler dire qualcosa di profondo sulla crisi dell’identità moderna e sul significato della fama, ma non sempre la complessità del disco riesce a comunicare senza lasciare l’ascoltatore confuso. C’è un continuo alternarsi tra le diverse voci, i cambi di scena e le accelerazioni musicali, che talvolta appaiono forzate, come se il tentativo di mantenere la tensione narrativa finisse per soffocare le canzoni stesse.

 

Nonostante le sue incongruenze, The Scholars offre alcuni momenti musicali straordinari. Il brano Devereaux è forse uno dei più efficaci, con il suo approccio power pop che ricorda le sonorità dei Cheap Trick e dei Cars, mescolato con il tipico tocco di Toledo. Reality, un altro dei picchi dell’album, è una riflessione sul viaggio e sulle illusioni, sostenuta da una solida melodia pop e una struttura che si sviluppa con naturalezza. Ma è in brani come Gethsemane che Car Seat Headrest davvero raggiunge l’apice della sua capacità di fondere la narrazione con la musica. La canzone, pur nella sua lunghezza e nelle sue variazioni ritmiche, è una riflessione profonda sulla condizione umana, il costo di “giocare a Dio” e il desiderio di redenzione. La forza del disco è anche nel suono: la voce di Toledo, più matura e sicura che mai, si inserisce perfettamente in un mix analogico caldo e avvolgente. Il gruppo che lo accompagna, composto dal chitarrista Ethan Ives, dal batterista Andrew Katz e dal bassista Seth Dalby, offre un supporto fondamentale per le incursioni più aggressive o le riflessioni più intime, a seconda della direzione che la canzone prende.

 

La vera sfida di The Scholars sta nel bilanciamento tra la volontà di essere un’opera unitaria, una rock opera vera e propria, e la necessità di produrre canzoni che possano funzionare anche da sole. Toledo ha creato una narrazione che a tratti appare più labirintica che chiara, e la sua insistente sperimentazione musicale rischia di soffocare le canzoni più solide, come quella True/False Lover, che, pur tra cambi di tempo e riff improvvisi, riesce a spiccare come uno degli episodi più riusciti dell’intero lavoro.

In conclusione, The Scholars è un disco di grande ambizione e sperimentazione, ma non sempre riuscito nella sua interezza. La voglia di mescolare la grande tradizione del rock opera con la modernità del pop da streaming crea delle frizioni, ma anche dei momenti indimenticabili. La sfida, come sempre, sta nell’accettare le contraddizioni di un album che, pur non essendo perfetto, mostra il potenziale di Car Seat Headrest per evolversi in direzioni impreviste, pur con qualche inciampo lungo la strada.