Milano, 5 ottobre 2026

“Vedere gli Herman’s Hermits negli anni ’60 deve essere stato più o meno così”. È la sentenza di un amico all’uscita del concerto dei Lemon Twigs. Pensavo anch’io a qualcosa del genere, ma lui lo ha detto meglio. I fratelli D’Addario, uniti a un’altra coppia di giovani polistrumentisti, formano una band che scatena nel cuore un battito ancestrale. Le loro canzoni spalancano le porte del tempo, trascinandoti in un’altra epoca a velocità della luce. Dal vivo, l’effetto DeLorean è ovviamente amplificato. E così, non appena il quartetto di Long Island attacca con My Golden Years, il flusso canalizzatore trasforma la Santeria Toscana nel Cavern Club di Liverpool.

Su una cosa non ci piove: i Lemon Twigs sono un complesso derivativo. E uso complesso per rispolverare un termine che si usava tanto in quegli anni. I loro riferimenti sono chiari, non fanno nulla per nasconderli. Ma nonostante il logo sixties che campeggia alle loro spalle, l’abbigliamento stretch e i capelli a caschetto, questa sera siamo ben lontani da una banale operazione nostalgia. I Lemon Twigs, freschi dell’uscita di “Look For Your Mind!”, sono speciali, per certi versi magici.

Il punto è che suonano una musica che appartiene ad almeno tre generazioni precedenti alla loro, rivolgendosi ad ascoltatori che a loro volta sono nati quando quella musica era già superata. Non si tratta di semplice revival, ma della ricostruzione (peraltro assai minuziosa) di un mondo che per questioni anagrafiche può essere solo immaginato e ridisegnato sulla base di ascolti e letture. A raccontare la storia, per una volta, non sono più i vecchi protagonisti, ma i loro nipoti. Che masticano e restituiscono un suono da una prospettiva intinsecamente diversa. L’obiettivo diventa quello di dare concretezza a un sogno e condividerne la gioia con chi come loro avrebbe tanto voluto godere di quella musica nel momento in cui è nata.

Sì, negli anni ’60 deve essere stato proprio così. Pezzi come Gather Round e Peppermint Roses riportano al Magical Mistery Tour e agli Hollies. Bring You Down e Mean To Me aprono l’orizzonte sulla California dei fratelli Wilson. Altrove, complice la Rickenbacker, si sente l’eco dei Byrds, del power pop dei Big Star, naturalmente, e del primo Tom Petty. È come se avessero ritirato dal mercato tutti i dischi usciti dopo il 1975. Che è successo negli ultimi 50 anni? Nulla, assolutamente nulla. Se non il fatto che adesso, a rinverdire il glorioso passato, ci sono due fratelli che darebbero del filo da torcere anche ai migliori.

Già, perché a distinguere l’opera dei D’Addario ci sono almeno due componenti essenziali. La prima è la loro grande perizia tecnica, che dal vivo emerge in maniera quasi disarmante nella precisione chirurgica di ogni singolo passaggio, nelle armonizzazioni delle voci, negli assoli brevi ma puntuali e nel disinvolto trasferimento da uno strumento all’altro, tra chitarra (anche a dodici corde), basso e batteria. Una qualità che sembra addirittura rinnovarsi rispetto a quando li vidi per la prima volta nove anni fa, ragazzini decisamente più agitati di oggi, ma già musicisti provetti.

La seconda componente, non meno importante, è la bellezza delle loro canzoni. Perché è vero che ricordano sempre qualcosa di già sentito, ma ragazzi, scrivetela voi una canzone come The One (l’unica di “Songs For The General Public” eseguita a Milano), o come Ghost Run Free, con quella melodia a presa rapida che chissenefrega se assomiglia un pochino a There She Goes dei La’s. Per non parlare della squisita Corner Of My Eyes, suonata in acustico dal solo Brian, o di Rock On (Over And Over), capace di risvegliare i fan di Marc Bolan. Beh, quando è così, torni a casa con la testa farcita di bei suoni, arrangiamenti curati, ritornelli appiccicosi. E con la seria convinzione che il guitar pop sia ancora vivo e vegeto grazie a due folletti americani di nemmeno 30 anni.

Paolo