
Chi avrebbe mai immaginato che negli ultimi anni si sarebbe parlato così tanto di rock? Prima nel male, quando alla fine degli anni Dieci qualcuno ne aveva decretato la fine, trattandolo alla stregua di un triceratopo in agonia. E poi nel bene, quando poco dopo ne era stata annunciata l’improvvisa rinascita con l’avvento del post-punk revival. In mezzo, il ridicolo dibattito sul ruolo dei Maneskin, capaci, secondo molti, di riaccendere la passione per la chitarra tra i giovani di oggi. Beh, come ampiamente prevedibile, i Maneskin si sono rivelati per quello che erano: un fenomeno da baraccone, lontano anni luce dal concetto stesso di rock.
In pochi, nel frattempo, si sono accorti che al di là della nuova corrente britannica guidata da Idles e Fontaines D.C., il rock quello vero, schietto come una Peroni ghiacciata comprata al mini-market, continuava ad autoalimentarsi grazie al lavoro di una manciata di instancabili alfieri. No, non parlo di qualche vecchissima gloria ancora in attività, e nemmeno dei due fratelli di Manchester che hanno deciso di monetizzare questo nostro grande amore. Parlo piuttosto di eroi moderni, magari non più ragazzini, ma ancora freschi, prolifici e soprattutto influenti. Artisti come Jack White, John Dwyer, Stu Mackenzie, Gary Clark Jr., Cory Hanson e perché no, St.Vincent.
In questo elenco di illuminati non può certo mancare il qui presente Ty Segall, la stella più luminosa nel firmamento del garage californiano. Se non altro per il suo incessante lavoro di raccordo nella scena della Bay Area, per lo spirito indipendente e per l’infinita creatività che lo ha portato a dare vita a una miriade di progetti paralleli (Epsilons, The Traditional Fools, Party Fowl, The Perverts, Fuzz, Goggs, The C.I.A., Sic Alps e chissà cos’altro). “Chrome” è il diciassettesimo album pubblicato a suo nome, uscito per la storica etichetta Drag City di Chicago. Ci troviamo di fronte, guarda un po’, all’ennesimo ottimo lavoro di un artista che in fin dei conti non ha mai sbagliato un disco. Può aver esagerato con la sperimentazione in alcuni frangenti, questo sì. Può aver puntato un po’ troppo i piedi in altre esperienze. Ma sbagliare, va detto, gli riesce molto difficile.
A differenza delle pubblicazioni più recenti, diciamo le ultime tre, qui il suono torna a essere più compatto, granitico, anche se non va mai oltre la soglia della violenza estrema. “Chrome” è una sintesi impeccabile delle categorie più ruvide del rock anni ’70, ’80 e ’90. Detta così, pare la resident band del pub sotto casa, ma l’apparenza non conta. Anche questa volta, infatti, Ty Segall evita l’effetto vintage un po’ stucchevole in cui molti altri artisti innamorati di certa musica finiscono spesso e volentieri. E a proposito di band, qui il rocker americano ragiona da vero leader, coinvolgendo tutti gli elementi nella scrittura e nella realizzazione del disco: dal grandissimo Mikal Cronin al basso a Emmett Kelly alla seconda chitarra, fino agli ultimi arrivati Evan Burrows alla batteria e Ben Boye alle tastiere e al piano. Non a caso tutti e cinque compaiono sulla copertina.
L’apporto dell’intera band si sente fin dalle prime note di Hospital, un blues psichedelico intriso di fuzz che lascia ben sperare per i brani a venire. E infatti, puntualissima, arriva Running To Nowhere, che pare uscita dal primo 12” dei Mudhoney. Rispetto alla band di Seattle, però, Ty Seagall smussa gli angoli con piccole aperture pop, che nel prosieguo della scaletta diventeranno una piacevole costante. Come nella successiva Black Paint, un meraviglioso abbraccio lungo due minuti tra noise e melodia.
In quanto purista, Ty non si risparmia certo nell’uso dell’attrezzo tipico del mestiere. I suoi assoli sono devastanti, sboccati, abrasivi. E poi ci sono i riff al fulmicotone. Quello di Glass, per esempio, spalanca le porte a uno stoner dinamico di marca Queens Of The Stone Age, con tanto di testo metaforico su un insetto intrappolato nel bicchiere. Play Cowboys è un altro piccolo capolavoro wingsiano costruito su un riff cadenzato e sullo splendido lavoro di Mikal Cronin al basso.
La seconda parte del disco appare meno massiccia e più divertita della prima. Non dico leggera, ma sicuramente più “facile” e diretta. È il punk, bellezza, il punk! Che prima si affaccia timido nel ritornello di Everything You’ve Been e poi esplode in tutta la sua arroganza nella doppietta composta da Let Go e l’irresistibile Separation. La title-track chiude l’album con una lunga cavalcata a metà strada tra ZZ Top e King Gizzard and The Lizard Wizard. Una combo francamente letale, a cui vi sfido a resistere. In verità è difficile resistere all’intero album: un’opera del tutto priva di cali di tensione, ben suonata, senza sconti e genuina come un live album.
Paolo

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
