Anni fa il pubblico rock salutò l’arrivo di nuovi fenomeni quali Ty Segall, Thee Oh Sees e Mikal Cronin con immensa gioia. Il garage era tornato, fresco, grintoso e di alta qualità. Oggi Mikal si è un po’ distanziato dalla produzione giovanile per abbracciare uno stile più classico, meno roboante, maggiormente legato alla melodia. Il risultato è “Seeker”, ed è una goduria per le orecchie.

Innesti d’archi, un utilizzo maggioritario dell’elettrica pulita anziché distorta e la scoperta dell’amore verso i big degli Anni Settanta come Neil Young e Bob Dylan, hanno portato alla piena maturità del musicista californiano. Le novità si fanno sentire sin dal primo ascolto e sono addirittura anticipate dal titolo dell’album. Per la prima volta in carriera, infatti, il nostro decide di non battezzare più una sua creatura con le sue iniziali, ma con un termine altro: “Seeker”, il cercatore, colui che è intento ad avventurarsi su strade diverse dal solito.

L’inizio è affidato all’orientaleggiante Shelter, fra i Rolling Stones di Sympathy for the Devil e gli Aerosmith di Nine Lives, ma si entra veramente nel vivo del disco con la successiva, youngiana, Show Me. Feel It All è un’emozionante cavalcata, Fire e Sold sono invece più calme e riflessive. Con I’ve Got Reason e Caravan torna il vecchio piglio garage, non completamente accantonato, mentre Guardian Well e la sua armonica introduttiva omaggiano il menestrello di Duluth. Lost a Year regala un mix micidiale fra una ballad acustica e una coda punkeggiante. On the Shelf manda tutti a nanna, ispirando sogni certamente d’oro.
Un cambiamento coraggioso e sicuramente riuscito.

Andrea Manenti