Nel 2026 si può essere immersi nel futuro, un futuro da te creato, pur restando ben ancorati alle tradizioni con le quali sei cresciuto? Se il tuo nome è Jack White la risposta è affermativa.
Non è certo la prima volta che il folletto/vampiro di Detroit pubblica un album di tale sconcertante nudità, purezza e verità come questo “Frozen Charlotte” (già “No Name” del 2024 era costruito su questa falsa riga). Mai come in questo caso, però, forse perché questa estate abbiamo potuto apprezzarlo finalmente anche in Italia in tutta la sua scricchiolante e comunque saldissima maestà, l’urgenza e la forza di un’espressione che nel tempo si è fatta grammatica la senti entrare fino alle viscere.

Sin dal benvenuto nell’Eden del rock’n’roll dell’apripista G.O.D. and the Broken Ribs, sviluppata come un’entrata lisergica che mescola immagini alla Sympathy for the Devil dei Rolling Stones a un riff ipnotico tenuto a galla dall’organo sullo stile di In a Gadda da Vida (Iron Butterfly), fino al finale “classico”, ovviamente a suo personalissimo modo, di Neighbors Blues, Jack gioca con il rock degli ultimi settant’anni plasmandolo come più gli aggrada.

Derecho Demonico è il blues di un diavolo (e di chi altrimenti?) che stamane si è svegliato dalla parte giusta, senonché per lui è ovviamente quella sbagliata; There’s Nobody There poggia su un riff granitico con un assolo acrobatico in cui Jack si evolve trasformandosi contemporaneamente sia in Jimmy Page sia in Robert Plant: Led Zeppelin 2.0. In Raising the Grain l’eroe del blues (explosion) contemporaneo trasforma l’acquaragia in vino come farebbe il Gesù Cristo di cui avremmo bisogno… e a noi va benissimo così!

You’ll Never Fix Me è una prova di resistenza e integrità garage con tanto di piccoli soli acquatici che fanno molto quello che ormai è un marchio di fabbrica di pura qualità whiteiana. Un doom sabbathiano nella sua versione più sexy e roll è ciò che esprime Nobody Knows, mentre una scala di pura psichedelia tardo sixties lascia spazio a un hard blues nato da un irresistibile giro partorito da uno slide magico nel singolo Dollar Bill.

I Can’t Believe What I’m Hearing è una filastrocca surreale con inframezzo insolitamente ma squisitamente pop, Thick as Thieves si lascia andare ad acrobazie circensi per musicisti appunto “spessi come ladri”, ed è un attimo immaginare la band (la stessa vista a La Prima Estate: Dominic Davies, Bobby Emmett e Patrick Keeler) vestita da Lupin, Jigen e compagnia bella.

Quella brutta bestia della solitudine viene stesa a forza di sferzate elettriche in All Alone Again; She’s in a Frenzy è invece una pazza rincorsa dettata da una batteria schizzata fra punk e jazz. Making Contact, infine, è un garage blues da chitarra anfetaminica e organo allucinogeno. “Frozen Charlotte” è la summa teologica di Jack White. Ascoltiamone e propaghiamola il più possibile per il mondo.

Andrea Manenti