Ci sono rassegne che si ricordano per il cartellone e altre che mi si stampano in testa per la sensazione che mi lasciano addosso quando faccio l’ultima lavatrice al rientro. La Prima Estate appartiene decisamente alla seconda categoria.
Sono al Parco BussolaDomani, a Lido di Camaiore. È un pratone punteggiato di ghiaia che, per tre giorni, sembra vivere in una dimensione tutta sua. Il mare è a pochi passi ma quasi non si vede. Lo senti nelle camminate dinoccolate della gente che ti passa accanto alla ricerca della prima media prima dei concerti, nell’odore dell’aria e in quella calma che sembra contagiare tutti. È questa la chiave del festival: l’assenza di quella fucking FOMO che ormai accompagna quasi ogni grande evento musicale.
Mi fermo a parlare con il signore in canottiera che mi fa legare la bici alla cancellata. Prendo tempo. Mi perdo volutamente il dj set stupidotto di Virgin Radio, mi guardo intorno per capire il ritmo della situa. E’ tutto ok, qui nessuno sembra avere fretta, non credono i miei occhi…che possa avere qualche secondo di pace per capire almeno i miei pensieri? Proviamoci…
Cosa aspettarsi da La Prima Estate
La Prima Estate non ha pecche: le code sono contenute, il personale è cordiale, i bagni restano puliti anche nei momenti di maggiore affluenza e si respira un clima genuinamente rilassato. È uno di quei festival dove le persone sembrano ricordarsi che si può condividere uno spazio senza vivere ogni momento come una gara. Se proprio volessi fare il critichino, qualche appunto, però, c’è. Il più incomprensibile riguarda il caffè. Scopro che un semplice espresso è riservato esclusivamente ai possessori del pass Garden, francamente è una scelta che lascia perplessi. In un festival che costruisce la propria identità sull’accoglienza, trasformare il caffè in un privilegio VIP stona parecchio. Anche l’area food mostra ancora ampi margini di miglioramento. L’offerta è sufficiente, ma manca quella varietà che oggi rende davvero completa l’esperienza di un festival. Nulla che rovini il weekend, ma è probabilmente l’aspetto su cui varrebbe la pena investire maggiormente.
Sono dettagli che non cambiano il giudizio complessivo: La Prima Estate continua a essere un festival piacevole, a misura d’uomo, con una line-up costruita con intelligenza e un’atmosfera che invita semplicemente a stare bene. Forse la sua forza è proprio questa: non avere bisogno di stupire continuamente. Ma parliamo di musica che è meglio…
Venerdì è il giorno dei chitarroni distorti.
I The Hives salgono sul palco e sembrano una scarica di adrenalina spruzzata direttamente nelle orecchie. Pelle Almqvist continua a essere uno dei frontman più carismatici che il rock contemporaneo possa offrire: salta, corre, provoca il pubblico, dirige ogni momento come un presentatore impazzito e riesce nell’impresa, sempre più rara, di trasformare un concerto in uno spettacolo. Ogni pezzo è un’esplosione controllata e la band svedese dimostra ancora una volta di essere una macchina perfettamente oliata.
Poi il sole cala dietro la pineta e arriva lo zio Jack…
Ci sono musicisti che suonano il proprio strumento e altri che sembrano litigarci, corteggiarlo, sfidarlo. Jack White appartiene decisamente alla seconda categoria. Cambia continuamente direzione, costruisce e distrugge le canzoni con una naturalezza impressionante, attraversa tutta la sua carriera senza dare mai l’impressione di cavalcarne la retromania. I pezzoni dei White Stripes mi convincono nettamente di più di quelli della produzione solista ma è questione di gusto e tutto sommato mi inchino a uno spettacolo sporco, elegante e imprevedibile come se ne vedono pochi di questi tempi. Mi appoggio a un albero e mi gusto lo stile di questo eterno ragazzo enigmatico, un cazzo di guitar hero dallo sguardo pericoloso ma tremendamente divertente per le mie orecchie.
Il sabato degli ItaAlieni
I SÌ! BOOM! VOILÀ!, lo ammetto, li salto volontariamente. La voce e l’atteggiamento di Naip sono una di quelle cose che, semplicemente, mi innervosiscono. E siccome tutto intorno si respira un’enorme atmosfera di peace & love, persone sorridenti e gente venuta qui solo per stare bene, preferisco farmi un giro piuttosto che rischiare di innervosirmi. I ragazzi ci credono e forse ci riescono pure ma onestemente non son proprio la mia cosa…
Arrivo al pratone sulla metà del set dei Casino Royale che invece rappresentano ancora una delle cose più eleganti e intelligenti che la musica italiana abbia da offrire. Sul palco mantengono una raffinatezza rara, senza inseguire nostalgie facili.
Poi arrivano i Ministri, Ogni volta che li vedo mi colpisce la loro coerenza. Non cercano scorciatoie, non rincorrono le mode, continuano semplicemente a fare rock con ostinazione. Dal vivo questa attitudine emerge ancora di più: le canzoni acquistano peso, le parole sembrano scritte ieri e il pubblico reagisce come reagisce davanti alle band che hanno saputo accompagnare un’intera generazione senza perdere sincerità.
I Marlene Kuntz chiudono la serata e spazzano via tutto con il portamento di chi non ha più nulla da dimostrare. Godano & soci rispolverano “Il Vile” mantenendo quell’assordante eleganza che li contraddistingue da sempre. Fuck Nostlgia, questa è memoria. E sono due cose molto diverse. E poi se fanno Sonica così per me siamo anche a posto così…
La domenica di King Richard
Sono le 15.30, sulla terrazza dell’UNA Hotel partecipo all’incontro con i The Wombats. Più che una conferenza stampa sembra una conversazione tra amici, piena di battutine e racconti. A renderla speciale è soprattutto Massimo Coppola e vederlo con un microfono in mano accende immediatamente qualcosa che credevo rimasto nei primi anni Duemila. Per chi è cresciuto guardando Brand: New, Coppola non è stato soltanto un conduttore televisivo, è stato uno dei primi a raccontare la musica come parte di un immaginario più grande, fatto di libri, cinema e cultura pop, sono molto felice di ritrovarlo qui, davanti a una delle prime indie band viste al Transilvania al primo disco e oggi sempre in pista, è una cosa tutta mia ma per qualche minuto torno ad avere sedici anni.
Quando, poche ore dopo, i The Wombats salgono sul palco, sembrano confermare tutta la simpatia emersa durante l’incontro. Il loro concerto è una festa continua. Ritornelli irresistibili, pubblico che canta praticamente tutto e quella leggerezza intelligente che li rende una delle band più affidabili della scena britannica.
Poi ci sono I Libertines, un piccolo miracolo di rock’n’roll traballante.
Pete Doherty e Carl Barât continuano a muoversi su quel confine sottilissimo tra ordine e caos che li accompagna da sempre. Ogni sbavatura rende il concerto ancora più autentico. Sono imperfetti nel modo migliore possibile e forse è proprio questo il motivo per cui continuano a emozionare.
E adesso veniamo al piatto forte: la persona che mi ha insegnato che con 3 accordi puoi fomentare una generazione: Richard Ashcroft!
Ci sono artisti che invecchiano insieme alle proprie canzoni e altri che permettono alle loro canzoni di invecchiare insieme al pubblico. Ashcroft appartiene decisamente alla seconda categoria. La sua voce conserva un’intensità sorprendente e quando partono i pezzi dei Verve succede qualcosa che va oltre il semplice concerto. Per qualche minuto il prato diventa un unico coro. Il set decolla con Weeping Willow dei Verve e per chi ha ascoltato Hurban Hymns un milione di volte non può non emozionarsi.
Poi arriva il momento di tornarmene a Milano. Sono le cinque del mattino. Salgo su un BlaBlaCar diretto a Milano. Gli occhi sono stanchi, fuori dal finestrino l’autostrada inghiotte lentamente la Versilia e nelle cuffie parte Urban Hymns dei Verve. Ed è proprio lì che capisco cos’è stata davvero La Prima Estate. Non soltanto i concerti. Non Jack White. Non Doherty. Nemmeno Ashcroft. Ma quel momento sospeso tra la fine di un weekend e il ritorno alla vita di tutti i giorni, quando un disco, una strada vuota e un’alba qualsiasi riescono ancora a farti credere che l’estate possa durare qualche chilometro in più…e ti fermi a bere un cappuccino, sospirando forte prima di andare in ufficio…
TV

Smemorato sognatore incallito in continua ricerca di musica bella da colarmi nelle orecchie. Frequento questo postaccio dal 1998…
I miei 3 locali preferiti:
Bloom (Mezzago), Santeria Social Club(Milano), Circolo Gagarin (Busto Arsizio)
Il primo disco che ho comprato:
Musicasetta di “Appetite for Distruction” dei Guns & Roses
Il primo disco che avrei voluto comprare:
“Blissard” dei Motorpsycho
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Parafrasando John Fante, spesso mi sento sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Ma poi metto in cuffia un disco bello e intuisco il coraggio dell’umanità e, perchè no, mi sento anche quasi contento di farne parte.
