Il 21 luglio, a Milano, migliaia di persone si sono trovate sotto il cielo di Segrate per il concerto de I Cani.
La band di Niccolò Contessa è tornata a Milano per la data conclusiva dell’edizione 2026 del MI AMI Festival, chiudendo il cerchio aperto con il primo storico live del 2011 e proseguito con quello del 2016. Quindici e dieci anni fa: allora molte delle persone che si sono radunate al Parco della Musica avevano vent’anni o poco più, oggi ne hanno tra i trenta e i quarantacinque, e nel frattempo hanno cambiato lavori, case, città, relazioni, gusti e, probabilmente, idea di sé e del mondo. Ma sanno ancora tutte le parole di quelle canzoni.
Sarebbe facile liquidare tutto come nostalgia. In fondo il ritorno de I Cani arriva in un momento in cui il revival è una delle leve più forti del mercato musicale che canta ai Millennial, eppure sarebbe una lettura riduttiva, perché non è stato un oggetto tirato fuori dal cassetto impolverato per alimentare sensazioni malinconiche.
Ce lo racconta anche Carlo Pastore, direttore artistico del MI AMI Festival, che abbiamo raggiunto per un commento sul live e su quello che queste canzoni urlano ancora oggi: “È vero che la nostalgia è un fattore assolutamente dominante del mercato musicale. Ed è altrettanto vero che c’era molta nostalgia per questo progetto che ha aperto il famigerato periodo d’oro dell’indie italiano per poi svanire educatamente nel 2016. Ma credo sia evidente che I Cani non volessero solo questo: hanno pubblicato un disco, e solo dopo annunciato un tour, quando avrebbero tranquillamente potuto annunciare e bruciare i biglietti con il solo repertorio. Per la data chiusura-del-cerchio che abbiamo organizzato come MI AMI aaquindici anni dal loro esordio assoluto al festival del 2011 e dieci dopo l’ultimo concerto del 2016, abbiamo condiviso di voler provare a sfidare di nuovo il presente con la scelta di due opening act a loro modo molto diversi: la dolcissima e talentuosa Han e i dibattutissimi Il Nemico. Questo per dimostrare che sono, siamo, ancora materia viva, in dialogo”.
In una scaletta che ha ripercorso tutti i pezzi che, a partire da quel 2011, avrebbero influenzato buona parte della musica italiana del decennio successivo – Corso Trieste, Post Punk, Vera Nabokov, Il Posto Più Freddo, Questo nostro grande amore, Le coppie solo per citarne alcune, insieme a buona parte del bellissimo ultimo album “Post Mortem” – una di queste canzoni continua a funzionare come una macchina del tempo culturale: Velleità.
Sarà per gusto, sarà per i ricordi di quell’era fatta di blogger prima che di influencer, di macchine fotografiche come status symbol, di hipster invece che di maschi performativi, ma Velleità continua a funzionare soprattutto perché è una canzone a cui sono bastati pochi riferimenti per dipingere — e poi evocare — un intero ecosistema culturale. Quando uscì non c’era bisogno di spiegare troppo: bastava nominare un locale, un’estetica o un musicista per identificare un’intera scena.

Live @ Parco della Musica (Ph: Giuseppe Maffia)
Quelle di Contessa, insomma, non erano semplicemente citazioni, ma coordinate sociali. Per citare il testo:
I critici musicali ora hanno il blog. Gli artisti in circolo al Circolo degli Artisti. I falsi nerd con gli occhiali da nerd. I radical chic senza radical. Nichilisti col cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi, che appoggiato sul muro parla con la ragazza di qualcuno.
Le velleità raccontate da I Cani non erano soltanto artistiche, anzi, raccontavano il desiderio di essere qualcuno, appartenere a qualcosa, costruirsi un’identità riconoscibile. Le reflex digitali, Flickr o il blog non sono il centro del racconto: sono il lessico attraverso cui prende forma una generazione. È per questo che versi come Le velleità ti aiutano a dormire quando i soldi sono troppi o troppo pochi… continuano a parlare anche oggi: raccontano un mondo ricco di aspirazioni, spesso sproporzionate rispetto alle possibilità concrete di realizzarle.
Carlo Pastore le definisce una forma di precarietà, “non tanto professionale, quanto identitaria, sociale. Le Velleità de I Cani erano quelle di una generazione, diciamo così, stretta fra il benessere economico della precedente e la grossa inquietudine che avrebbe avviluppato il mondo alla fine degli anni Venti. Le stanze condivise e magari pagate a metà dai genitori, chi negli ingranaggi sociali ha bisogno di mostrare di avere soldi o fingere di non averne, la scena tenerissima e molto concreta – per questo efficacissima a livello di “scena musicale indie italiana” – di Vasco Brondi appoggiato al muro con un cocktail in mano che parla alla ragazza di qualcuno. In quelle fotografie non c’erano solo snaps di Instagram con caption, c’era una riflessione che le analizzava, le connetteva”.
Per questo Velleità è qualcosa di più di una canzone dell’indie italiano, è il racconto di coordinate sociali, di persone che stavano cercando di capire chi erano, tra un contratto co.co.co e il ritorno dei Ray-Ban, mentre cercavano di dimostrare agli altri di averlo già capito.
Che cosa è cambiato oggi? Se ci pensiamo bene, possiamo dire che sia poi tutto così cambiato? “Che le canzoni de I Cani, in primis Velleità, abbiano così bene incorniciato un periodo, questo non può toglierlo nessuno – spiega Pastore – E che quella generazione coeva a Contessa oggi possa avere nostalgia della propria gioventù, nemmeno. Ma c’è un punto che vale per tutti: bisogna saper invecchiare bene”.
Quindici anni dopo, molte di quelle coordinate non esistono più. Le foto oggi sono nelle stories Instagram, i blog hanno lasciato spazio a piattaforme dove produzione e distribuzione coincidono quasi nello stesso momento, e le scene musicali sono diventate molto più difficili da delimitare.
Se oggi qualcuno volesse scrivere una nuova Velleità, quali riferimenti dovrebbe scegliere? Che locale si citerebbe? Quale sarebbe l’artista appoggiato al muro che rappresenta, da solo, un immaginario condiviso?
Forse nessuno.
Oggi esistono centinaia di micro-riferimenti ed è molto più difficile trovare un linguaggio comune, perché è diventato più difficile avere un’esperienza culturale condivisa. Due ragazzi della stessa età possono ascoltare musica completamente diversa, scoprirla attraverso algoritmi differenti e costruire la propria identità dentro comunità che non si incrociano mai. È forse questa la differenza più grande rispetto al mondo raccontato da Velleità: non la quantità di musica disponibile, ma la difficoltà di riconoscersi negli stessi simboli.
La differenza sta nel fatto che oggi la velleità è molto più visibile: non è cambiato il bisogno di essere riconosciuti, ma il modo in cui quel riconoscimento viene restituito: like, follower, visualizzazioni, ascolti, engagement. Il riconoscimento che nel 2011 poteva essere una sensazione vaga — essere conosciuti nella propria cerchia, avere una recensione su una webzine, vedere il proprio nome in un flyer — oggi può essere espresso in numeri e riproduzioni streaming.
Cambiano gli strumenti, ma rimane il bisogno di sentirsi qualcuno.

Live @ Parco della Musica (Ph: Giuseppe Maffia)
Forse è proprio per questo che il concerto di Milano è stato qualcosa di più di una celebrazione nostalgica. Chi era sotto il palco nel 2011 oggi è diventato adulto, ma si è ritrovato a cantare parole scritte quando era molto più giovane. In mezzo c’è tutto quello che è successo negli ultimi quindici anni: una crisi economica, una pandemia, una rivoluzione dei social, il lavoro precario diventato normalità, il costo della vita, l’idea stessa di futuro diventata più difficile da immaginare.
“Io trovo che il legame creato da Contessa con il suo pubblico sia per certi versi potentissimo e dunque anche pauroso, e credo sia per questo che lui stesso a un certo punto abbia fatto un passo indietro. Ma questa è ovviamente una mia opinione – continua Carlo Pastore – Oggi c’è semplicemente una band che ha un sound fortissimo e delle canzoni di valore assoluto, una band che ha ripreso la propria marcia. È una grande notizia. Per il resto, non c’è mai un anno identico al precedente e nemmeno cicli che ritornano nella stessa identica forma. Io credo che sopravvalutiamo il progresso, ed è per questo che alla fine torniamo ad aggrapparci a ciò che ci ha parlato nel profondo”.
Crediamo davvero che tutto sia racchiuso nel concetto del saper invecchiare bene e che Velleità sia una delle prove migliori di cosa significhi farlo: non perché il 2011 fosse un’epoca migliore da rimpiangere, ma perché oggi possiamo guardare a quella versione di noi stessi con una distanza che allora non avevamo. Possiamo sorridere di quelle ambizioni, riconoscerle, magari persino provare tenerezza. E accorgerci che, sotto forme completamente diverse, alcune sono ancora lì.
Forse è proprio questo che rende Velleità una canzone ancora viva: non la fotografia in bianco e nero di un mondo che non esiste più, ma il racconto, ancora attuale, del bisogno di trovare un posto dentro il proprio tempo. Oggi può essere molto più difficile trovare un linguaggio comune, ma, forse, non è diventato così difficile riconoscersi in qualcosa e in una canzone.
I gruppi hipster, indie, hardcore, punk, electro-pop. I Cani.” (Velleità, 2011)
Sara Bernasconi

Santeria (Milano)
