Ci sono documentari musicali che raccontano una band. E poi ci sono documentari che raccontano una famiglia disfunzionale con amplificatori Marshall, conti in banca indecenti e una quantità di rancore sufficiente a illuminare Manchester per almeno tre inverni. Don’t Look Back in Anger, diretto da Dylan Southern e Will Lovelace, appartiene gloriosamente alla seconda categoria.

Gli Oasis, del resto, non sono mai stati soltanto un gruppo. Sono stati un esperimento sociale: cosa succede quando prendi due fratelli, togli loro ogni filtro diplomatico, aggiungi una montagna di successo e li chiudi in una stanza con un microfono? La risposta è: grandi canzoni, grandi litigi e la concreta possibilità che qualcuno venga colpito da una chitarra.

Il cuore del documentario, però, non è la rissa. È la flla vera, quella che non assomiglia per niente alle cartoline natalizie con due fratelli che sorridono davanti all’albero. Liam e Noel sono fratelli nel senso più antico e complicato del termine: possono passare anni a cercare di distruggersi verbalmente e, nello stesso tempo, restare legati da qualcosa che nessun litigio riesce davvero a cancellare. Una fratellanza è anche questo: conoscere esattamente il punto in cui infilare il coltello e, possibilmente, decidere di non farlo.

Ed è qui che entra il perdono. O meglio: la sua versione rock’n’roll, che raramente consiste nel dire “scusa”. Più spesso significa smettere di parlare del problema per venticinque minuti e poi salire sul palco insieme. Il film osserva questa dinamica senza trasformarla in una favola edificante. Gli Oasis non sono particolarmente interessati a insegnarci qualcosa. Se c’è una morale, è probabilmente questa: alcune persone ti fanno impazzire proprio perché le ami. E forse il perdono non consiste nel dimenticare quello che è successo, ma nel riconoscere che quella persona fa parte della tua storia anche quando vorresti lanciarla fuori dalla finestra. Poi arriva il momento della verità. Quello che cambia tutto. Quello che, una volta ascoltato, rende secondarie guerre, separazioni e persino la geopolitica mediorientale.

Noel ammette che Bonehead è il vero epicentro sonoro degli Oasis.

Silenzio.

La storia del rock viene riscritta davanti ai nostri occhi. Tutto quello che pensavamo di sapere vacilla. Noel Gallagher, uomo capace di sostenere opinioni su praticamente qualsiasi cosa con la sicurezza di un oracolo appena uscito dal pub, riconosce finalmente ciò che i puristi sospettavano: dietro la mitologia dei fratelli Gallagher, dietro gli inni generazionali, dietro le pose, i parka e le interviste alla dinamite, c’era anche quel motore chitarristico che teneva tutto insieme.

È quasi commovente. Quasi.

Perché in fondo è questo che rende Don’t Look Back in Anger più interessante di una semplice celebrazione degli Oasis: l’idea che dietro ogni grande ego ci sia un legame ancora più grande. Puoi litigare, separarti, insultarti, raccontare versioni diverse della stessa storia. Ma alcune persone restano lì, come una canzone che conosci a memoria anche quando hai smesso di ascoltarla. E forse il perdono, alla fine, è proprio questo: accettare che la storia non può essere riscritta. Può soltanto essere suonata di nuovo. Preferibilmente con Bonehead al volume giusto.