In aria di Oscar tifo per Steven Spielberg, io che non l’ho mai amato molto. Tifo per lui dopo aver visto il film più personale che ha girato finora. Non il più spettacolare, ma quello con una poetica più umana, sussurrata, che al botteghino è stato soffocato da “Avatar”. Uno scontro agli antipodi tra due registi compagni di carriera. Se vedrete “The Fabelmans” al cinema, vi accoglierà lo stesso Spielberg per ringraziarvi di aver scelto la sala di un cinema per la visione, iniziandoci già a una delle chiavi di lettura del film. Il setting è tutto, direbbero gli psicoanalisti, e al cinema è lo stesso.

Il regista di “E.T.” (che ha fatto crescere la mia generazione) racconta, con un’opera semi-autobiografica, la storia della sua famiglia e l’origine della propria passione per il cinema, che diventò lavoro, trovandone la linfa nei propri geni, nella somiglianza artistica e spirituale con sua madre (Mitzi nel film, Leah nella vita). Una sensibilità artistica che scorre nel sangue, non contenibile dalle maglie di una mente scientifica come quella del padre.

In una celebre intervista, parlando di “Incontri Ravvicinati del Terzo” tipo, Spielberg, intervistato, comprende di aver girato il film sulla comunicazione tra suo padre e sua madre, nell’incontro tra un informatico e una musicista. Entusiasmava vederla negli anni passati, commuove vederla dopo “The Fabelmans”. Fotografia perfetta, Michelle Williams eccelsa, protagonista somigliantissimo al giovane Spielberg. Forse un po’ ancorato al passato (ma questa è anche la sua forza), “The Fabelmans” racconta, con una nostalgia che riecheggia in lontananza, la recente epoca della pellicola. I tagli, i montaggi, le riprese del giovane cinefilo assumono la stessa magia della lanterna magica del piccolo Bergman in “Fanny e Alexander”, in una crasi temporale che si fonde con l’essenza stessa dell’arte cinematografica, i cui fotogrammi scorrono allo stesso ritmo delle nostre vite.

Qualche citazione di “E.T.” (ma Spielberg può), lacrime in libertà; un film indimenticabile, un’opera minore che ha avuto la capacità di riportare in vita chi non c’è più, col dono eterno dei nostri sguardi e delle loro emozioni. Risiede qui il poetico potere del cinema, nel dono dell’eternità e dell’immedesimazione che solo un grande regista come Spielberg può raggiungere e rappresentare.

Il Demente Colombo