“Non posso credere che l’apocalisse stia impiegando così tanto ad arrivare”, canta Matt Flegel, e già qui si capisce che Ill at Ease, quinto album dei Preoccupations, è il disco perfetto per chi ha fatto pace con l’idea della fine del mondo, purché avvenga dopo l’aperitivo. Dimenticatevi il caos sonoro post-punk torbido e claustrofobico di Arrangements (2022), dove sembrava di ascoltare Joy Division da una radio rotta in fondo a un pozzo. Ill at Ease è invece una svolta gentile, levigata, quasi… catchy? Sì, avete letto bene. I Preoccupations, maestri nel trasformare il disagio in una forma d’arte da basement, sembrano essersi scrollati di dosso qualche strato di oscurità per abbracciare un’estetica più trasparente, elettronica, e sorprendentemente accessibile. Ma niente paura: l’ansia esistenziale è ancora lì, elegantemente travestita da synth percolanti e melodie da distopia soft touch.
C’è un’ironia squisita nel fatto che un disco così ben confezionato si chiami Ill at Ease – a disagio, per chi non ha fatto latino al liceo. Eppure i Preoccupations non sono mai sembrati più a proprio agio. “Bastards” e “Focus” sono piccoli inni post-apocalittici che si muovono tra l’autoanalisi e la danza dei nervi scoperti, mentre “Andromeda” è il momento “clap your hands if you’re spiraling” dell’album. La voce di Flegel, mai così in primo piano, ondeggia tra il confessionale e il sensuale, come se Nick Cave avesse deciso di fare pace con la serotonina.
“Retrograde” e “Panic” rappresentano il momento più cerebrale del disco: sembrano scritte per accompagnare il crollo di una civiltà mentre sorseggi un Negroni. E “Krem 2”, il brano conclusivo, è un lentone apocalittico che potrebbe benissimo suonare al ballo di fine anno di Mad Max.
Nonostante la patina più pop e l’eleganza da post-punk da vernissage, Ill at Ease non scade mai nel compitino. C’è ancora sperimentazione, ma con garbo. Gli spigoli ci sono, ma smussati a dovere. Come dire: l’angoscia, sì, ma con stile.
I Preoccupations non stanno semplicemente facendo musica post-punk. Stanno dipingendo un affresco del collasso con colori vivaci e pennellate precise, evitando la trappola del déjà vu sonoro che inghiotte tanti loro colleghi. Ill at Ease è un disco sull’instabilità fatto da una band che – ironia delle ironie – non è mai suonata così stabile.

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
