Allora, eccoci qui: Pink Elephant, l’ennesima “rinascita” degli Arcade Fire. Se pensavate che dopo *We* ci sarebbe stata una vera e propria ripresa per la band canadese, preparatevi a restare delusi. *Pink Elephant* non è altro che un tentativo disperato di riscrivere la narrativa di una carriera ormai irrimediabilmente decadente. È il disco che segna il trionfo del disinteresse, un’epica dimostrazione di come riuscire a scivolare più in basso di *Everything Now* (se possibile), il tutto condito da un abbraccio insipido al passato che ha l’unico scopo di evocare nostalgia, non innovazione. Dopo il disastroso *Everything Now* del 2017, che ha visto la band cannibalizzarsi in una promozione grottesca che persino il più cieco degli strateghi PR avrebbe rifiutato, gli Arcade Fire ci avevano regalato We nel 2022. Un album che, con la sua onestà e l’aria da “reset”, cercava di mascherare la cialtroneria del disco precedente. We era una specie di tentativo di ritorno ai giorni d’oro, quelli che vanno da Funeral a The Suburbs, senza riuscirci però. Un fiasco minore, direi, ma qui arriva Pink Elephant, un album che sembra scritto più per dire “abbiamo sbagliato” che per produrre qualcosa di significativo.

Compra il disco

Eppure, la domanda che sorge spontanea è: come un gruppo che ha letteralmente scritto la colonna sonora di una generazione possa trovarsi a pubblicare un album che fa rimpiangere persino *Everything Now*? La risposta è semplice: *Pink Elephant* è una farsa travestita da disco. L’autoironia della band è ora tanto risibile quanto dolorosa, con il buon Win Butler che canta cose come “I need a clean break” su Year of the Snake o peggio ancora in *Alien Nation*, dove la sua dolce invocazione al “ritorno dell’amore” nei confronti dei “nemici” è una delle cose più patetiche e tragicomiche che si possa ascoltare quest’anno. Sì, Win, certo, *ti capiamo*. Ma il peggio non è nelle parole (che peraltro non sono né originali né particolarmente emotive), ma nella musica
La band si è ridotta a suonare come un duo in pratica, con la stessa energia di una bottiglia di prosecco stappata a festa finita Lì dove una volta c’era passione e coraggio, ora c’è solo un pugno di suoni spogli e senza brio. Co-prodotto da Daniel Lanois, un nome che in passato era sinonimo di atmosfere maestose, *Pink Elephant* suona più che altro come un esperimento da laboratorio, privo di slancio, a tratti quasi vuoto. Perché, voglio dire, cosa c’è di interessante in un disco che non sa se vuole essere introspectivo o provocatorio, e non riesce a esserlo in entrambi i casi?

Il concetto di “reset” è evidente, ma la sua applicazione risulta forzata. Se *We* era un tentativo mal riuscito di tornare indietro nel tempo, *Pink Elephant* non è che il tentativo di tornare da un viaggio da cui non si è mai veramente partiti. Il tutto si consuma in un abbraccio sterile alla dance-pop di *I Love Her Shadow*, in un tentativo quasi patetico di evocare le atmosfere di *Harvest Moon* su *Year Of The Snake*, e in una contemplazione quasi pietosa di un amore che non sa più dove andare. E sì, “perché dovrei ascoltarlo?” diventa la domanda cruciale, soprattutto per chi non ha bisogno di scrivere recensioni. Siamo nel 2025 e gli Arcade Fire sono, fondamentalmente, un atto nostalgia. Uno di quelli che ti ritrovi a rimpiangere quando vuoi ricordarti com’era buona la musica indie prima che diventasse una marea di atti imitativi. Ma la domanda che ci si deve porre è: cosa può offrirci ora una band che non ha scritto un disco veramente degno da 15 anni? Questo non è un risveglio. Questo è un colpo di coda mediatico mascherato, non un’uscita dallo stallo ma un tentativo disperato di non rimanere nell’ombra.

Pink Elephant non è un disco che avanza, non è nemmeno un disco che si ritira con dignità. È solo un elefante rosa che zoppica, imbarazzante e privo di motivazione.