Dopo il salto di qualità con “Household Name” del 2022, i Momma si presentano con “Welcome To My Blue Sky”, il disco della conferma: un album che non chiede permesso per entrare ma che, anzi, spalanca le porte del revival ’90s con grinta, fragilità e un pizzico di disillusione. Etta Friedman e Allegra Weingarten – chitarre, voci, cuore pulsante della band – raccontano le proprie crepe esistenziali tra tour interminabili, relazioni al collasso e abusi d’alcol, e lo fanno con il tono diaristico e smaliziato di chi sa trasformare la sconfitta in carburante creativo.
Registrato quasi interamente live presso lo Studio G di Brooklyn e prodotto dal bassista Aron Kobayashi Ritch, Welcome To My Blue Sky suona come una lettera d’amore (ma pure di addio) all’alternative femminile anni ’90: Charly Bliss, Veruca Salt, Letters to Cleo, echi dei Breeders e un retrogusto del pop di Beabadoobee.
C’è una malinconia elettrica che serpeggia per tutto il disco, soprattutto nei brani migliori, quelli dove le chitarre si sporcano e urlano senza freni (Last Kiss, Rodeo, I Want You (Fever)). È qui che il quartetto californiano (ora newyorkese d’adozione) trova il perfetto equilibrio tra slancio grunge e pop zuccheroso, tra sfrontatezza slacker e vulnerabilità generazionale.
Quando invece i toni si fanno più ovattati, il disco perde un po’ di smalto: New Friend e Take Me With You restano in superficie, episodi troppo timidi in una tracklist che altrove osa di più. Eppure anche nei passaggi meno incisivi si avverte una consapevolezza nuova, quella di una band finalmente a fuoco, capace di flirtare con il mainstream senza annacquare la propria identità.
I Momma non inventano nulla, ma giocano benissimo le carte a loro disposizione. E quando “le cose accadono”, come dicono loro, è bello esserci. Questo cielo blu sarà pure un po’ nuvoloso, ma la direzione è giusta.

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
