In un mondo musicale sempre più dominato da formule predeterminate e suoni che sembrano essere già stati sentiti mille volte, I Quit delle Haim arriva come un abbraccio ambiguo: tanto liberatorio quanto tormentato, tanto consapevole quanto incerto. Il titolo stesso, “I quit”, evoca quella sensazione di “basta”, una dichiarazione di indipendenza dal passato, dalle aspettative e dalle sofferenze che hanno caratterizzato gli anni precedenti. Ma, come si scopre ascoltando l’album, il “basta” delle Haim non è mai definitivo: è un “basta” pieno di contraddizioni, indecisioni e di lotta con la propria stessa identità. Fin dal primo ascolto, il disco appare come una dichiarazione viscerale di rottura, ma anche di vulnerabilità. Le Haim non sono mai state quelle ragazze “perfette” della scena pop, quelle che ti aspettavi che facessero il passo verso la grande popolarità senza mai mettere in discussione il loro ruolo. I Quit dimostra, ancora una volta, che sono molto di più di una semplice band pop di successo. Sono il riflesso di un gruppo che si trova all’incrocio tra il desiderio di evolversi artisticamente e il bisogno di fare pace con se stesse.
Al centro di I Quit c’è una riflessione intensa e profonda sul cambiamento, tanto individuale quanto relazionale. Come descritto nel comunicato stampa, ogni traccia del disco affronta il tema del “quitting” – una rinuncia a qualcosa che non serve più, un’uscita volontaria da situazioni che non portano più soddisfazione o felicità. Alana Haim stessa, nelle sue dichiarazioni, ha sottolineato come l’intero album sia un atto di liberazione da ciò che non funziona più. Non si tratta solo di relazioni sentimentali, ma anche di aspettative professionali e personali.
Il disco si apre con Gone, un brano che esprime il desiderio di abbandonare tutto, una sorta di ultima chiamata prima di voltare pagina. La voce di Danielle Haim entra in scena con la dichiarazione “Can I have your attention please / For the last time before I leave?“, ma subito dopo, una torsione narrativa: “On second thought, I changed my mind”. Un’introduzione che esprime perfettamente la contraddizione intrinseca al tema centrale del disco: l’incertezza che accompagna ogni passo verso il cambiamento, la paura di chiudere definitivamente una porta, la confusione di chi sa che è arrivato il momento di “dire basta”, ma non sa come farlo senza rimpianti.
Questa indecisione, che permea l’intero album, è il filo conduttore che collega le canzoni, rendendole tutte in qualche modo incomplete e sfumate. C’è il tentativo di rinunciare, ma anche il desiderio di capire cosa rimarrà dopo quella rinuncia. In Blood on the Street, ad esempio, il testo racconta di un addio che non è davvero un “addio”, ma un rilascio doloroso e paradossale: “I swear you wouldn’t care / If I was covered in blood lying dead on the street”. Un sentimento di solitudine e rifiuto che, in qualche modo, si mescola con la consapevolezza che forse è solo attraverso il dolore che si può finalmente liberarsi da una relazione che non funziona.
Uno degli aspetti più affascinanti di I Quit è la sua combinazione di suoni e influenze, che spaziano dall’acustico folk al rock classico, passando per il pop e l’elettronica sperimentale. Le Haim, pur mantenendo il loro caratteristico sound solare e solido, sembrano qui voler rompere le barriere delle etichette e del loro stesso passato musicale. L’album sfida le aspettative, come testimoniano le citazioni a Abraham Lincoln e Bruce Springsteen nel brano di apertura Gone, dove si avverte chiaramente l’influenza del rock americano degli anni ’70, con una sonorità che pesca dalla tradizione dell’acustico, ma senza mai perdersi in citazioni nostalgiche eccessive.
Il disco non si limita ad un ritorno al passato, ma piuttosto lo reinventa: Love You Right, con la sua calda energia acustica e il dolce intreccio vocale delle tre sorelle Haim, richiama una sorta di folk jazzato che ricorda i giorni d’oro del rock americano, ma con un twist moderno. In Try to Feel My Pain, l’uso di strumenti a fiato aggiunge una dimensione inaspettata, arricchendo il brano con una melodia si infrange nella malinconica.
Il suono dell’album è più laid-back rispetto ai precedenti lavori, ma non mancano momenti più esplosivi, come in Lucky Stars, un brano che si rifà al sound dello shoegaze e che, con il suo muro di chitarre fuzzate, evoca il lato più emotivo e introspettivo delle Haim. La canzone esplora il tema della guarigione, ma lo fa attraverso una metafora che, purtroppo, risulta un po’ troppo forzata: “Trying to heal myself with all the / Roaring trains of change and doubt that / Pulled in the station”. Un’immagine che, purtroppo, suona più come un cliché che come una vera riflessione.
I Momenti Più Intensi e le Contraddizioni
Se da un lato I Quit offre momenti di grande intensità emotiva, dall’altro non riesce sempre a mantenere una coerenza stilistica che lo faccia risaltare come un album veramente coeso. Canzoni come Million Years e Spinning sembrano destinati a restare nella zona B-side, mentre tracce più “strane” come Cry rischiano di sembrare fuori luogo: una sorta di ballata alla Coldplay che si rivela più una forzatura commerciale che un atto di sincerità artistica. Il punto più alto dell’album si raggiunge sicuramente con The Farm, una ballata acustica che, per la sua intimità e sincerità, sembra rappresentare il cuore pulsante dell’intero progetto. Qui, le Haim esplorano la difficoltà di camminare via da qualcosa che per anni è stato parte integrante della propria vita. La canzone è semplice, ma devastante nella sua sincerità: “The distance keeps widening / Between what I let myself say / And what I feel.” Una frase che, più di ogni altra, riassume la sensazione di frustrazione e impotenza che attraversa I Quit.
Un disco Incompleto, Ma Autentico
In definitiva, I Quit delle Haim è un album che lascia sensazioni contrastanti. È un disco che affronta temi universali come il cambiamento, la rottura e la riconciliazione con il passato, ma che a volte rischia di sembrare dispersivo o incoerente. Alcuni brani colpiscono nel profondo, mentre altri finiscono per suonare come esperimenti malriusciti. Tuttavia, ciò che emerge in modo chiaro è la voglia di liberarsi dalle proprie insicurezze, di rompere le catene della perfezione e di accettare la propria vulnerabilità. Le Haim, alla fine, sembrano essersi finalmente “liberate” dalla necessità di piacere a tutti, e con I Quit si lanciano in un’avventura musicale che, pur con le sue imperfezioni, è sincera, umana e coraggiosa. Non è un album perfetto, ma è un passo importante per una band che ha dimostrato di essere molto più di un prodotto pop confezionato. È la conferma che, sebbene possano avere momenti di dubbio e insicurezza, le Haim sono finalmente diventate la band che volevano essere. E questo, alla fine, vale più di qualsiasi successo commerciale.

Smemorato sognatore incallito in continua ricerca di musica bella da colarmi nelle orecchie. Frequento questo postaccio dal 1998…
I miei 3 locali preferiti:
Bloom (Mezzago), Santeria Social Club(Milano), Circolo Gagarin (Busto Arsizio)
Il primo disco che ho comprato:
Musicasetta di “Appetite for Distruction” dei Guns & Roses
Il primo disco che avrei voluto comprare:
“Blissard” dei Motorpsycho
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Parafrasando John Fante, spesso mi sento sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Ma poi metto in cuffia un disco bello e intuisco il coraggio dell’umanità e, perchè no, mi sento anche quasi contento di farne parte.
