Non ho ancora ben capito il perchè ma ogni nuovo disco degli Strokes viene accolto come se dovesse ridefinire il presente. È un riflesso condizionato. Il nome arriva prima della musica. Reality Awaits si presenta come l’album della mutazione: Auto-Tune, spoken word, strutture sghembe, l’idea di una band che rifiuta di diventare il museo di sé stessa. Ma basta poco per capire che il vero protagonista non è il cambiamento. È Julian Casablancas, ancora una volta impegnato a interpretare Julian Casablancas.
La sua voce, filtrata e deformata, non suggerisce vulnerabilità ma distanza. Ogni gorgheggio sembra pronunciato con quell’aria di superiore disinteresse che venticinque anni fa appariva magnetica e oggi assomiglia più a una posaccia irrigidita dal tempo. Casablancas continua a cantare come se il cinismo fosse una forma di profondità e l’indolenza una filosofia. In realtà finisce spesso per sembrare un artista prigioniero del personaggio che lui stesso ha costruito.
Le deviazioni sonore di Psycho Shit o Dine And Dash cercano di rompere la grammatica degli Strokes, ma la sensazione è quella di un gruppo che sperimenta per dimostrare di stare ancora sperimentando. L’urgenza è evaporata, sostituita dalla gestione del proprio prestigio. Persino il caos appare accuratamente progettato.
Gli Strokes sono diventati un brand che produce aspettative/illusioni più che belle canzoni. Ogni loro uscita viene raccontata come un evento prima ancora di meritarselo. E Casablancas continua a occupare il centro della scena con l’atteggiamento di chi osserva il mondo dall’alto, quando in realtà è il mondo ad aver smesso di aspettarlo. Reality Awaits non è un brutto disco. È un disco che confonde l’autoconsapevolezza con la rilevanza. La differenza è enorme. La prima serve a mantenere intatto il mito. La seconda richiede ancora qualcosa da dire.

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
