Non ho ancora ben capito il perchè ma ogni nuovo disco degli Strokes viene accolto come se dovesse ridefinire il presente. È un riflesso condizionato. Il nome arriva prima della musica. Reality Awaits si presenta come l’album della mutazione: Auto-Tune, spoken word, strutture sghembe, l’idea di una band che rifiuta di diventare il museo di sé stessa. Ma basta poco per capire che il vero protagonista non è il cambiamento. È Julian Casablancas, ancora una volta impegnato a interpretare Julian Casablancas.

La sua voce, filtrata e deformata, non suggerisce vulnerabilità ma distanza. Ogni gorgheggio sembra pronunciato con quell’aria di superiore disinteresse che venticinque anni fa appariva magnetica e oggi assomiglia più a una posaccia irrigidita dal tempo. Casablancas continua a cantare come se il cinismo fosse una forma di profondità e l’indolenza una filosofia. In realtà finisce spesso per sembrare un artista prigioniero del personaggio che lui stesso ha costruito.

Le deviazioni sonore di Psycho Shit o Dine And Dash cercano di rompere la grammatica degli Strokes, ma la sensazione è quella di un gruppo che sperimenta per dimostrare di stare ancora sperimentando. L’urgenza è evaporata, sostituita dalla gestione del proprio prestigio. Persino il caos appare accuratamente progettato.

Gli Strokes sono diventati un brand che produce aspettative/illusioni più che belle canzoni. Ogni loro uscita viene raccontata come un evento prima ancora di meritarselo. E Casablancas continua a occupare il centro della scena con l’atteggiamento di chi osserva il mondo dall’alto, quando in realtà è il mondo ad aver smesso di aspettarlo. Reality Awaits non è un brutto disco. È un disco che confonde l’autoconsapevolezza con la rilevanza. La differenza è enorme. La prima serve a mantenere intatto il mito. La seconda richiede ancora qualcosa da dire.