Ogni sei mesi qualcuno proclama l’arrivo della “prossima grande band indie”, di solito si tratta di quattro ragazzi che hanno consumato Slanted and Enchanted, qualche disco dei Duster e una playlist Bandcamp piena di slowcore, per poi riproporre tutto con la personalità di un algoritmo. Gli Swapmeet, fortunatamente, appartengono a un’altra categoria.
Sì, anche loro arrivano da quel sottobosco in cui gli anni Novanta vengono continuamente riesumati e ricontestualizzati. Sì, anche loro conoscono a memoria il lessico dell’alternative rock americano. Ma la differenza, quella vera, sta dove dovrebbe sempre stare: nelle canzoni. Perché puoi anche avere il pedale fuzz giusto, le camicie larghe e la foto promozionale scattata rigorosamente su pellicola, ma se i brani non funzionano il castello crolla in fretta.
Gli Swapmeet, quartetto di Adelaide formato da musicisti poco più che ventenni, sembrano averlo capito prima di molti altri. Suonano insieme fin dall’adolescenza e questa lunga convivenza musicale si percepisce in ogni scelta. La scrittura è collettiva, gli strumenti cambiano di mano con naturalezza e i ruoli sembrano esistere solo quando servono davvero. È un modo di lavorare che restituisce una musica sorprendentemente fluida, capace di passare dalla fragilità più disarmante a improvvise detonazioni chitarristiche senza mai dare l’impressione di voler stupire a tutti i costi.
La firma con la losangelina Winspear era quasi inevitabile. L’etichetta ha ormai sviluppato un certo fiuto per le realtà che riescono a parlare il linguaggio dell’indie contemporaneo senza sembrare l’ennesimo revival universitario, e Mount Zero, album d’esordio della band, conferma che la scommessa era ben riposta.
L’avvicinamento al disco è stato gestito con una serie di singoli che, anziché raccontare sempre la stessa idea, hanno progressivamente allargato il vocabolario della band. “I Know!” parte da un’intuizione quasi banale — due accordi e un hook insistente — per costruire un piccolo miracolo di dinamiche e arrangiamenti. Ogni elemento entra ed esce dal mix con una precisione quasi matematica, trasformando una struttura minimale in qualcosa di sorprendentemente vivo.
Con “Sand” il gruppo rallenta il passo e lascia emergere il lato più emotivamente instabile del proprio repertorio. Le voci di Venus O’Broin e Jack Medlyn si rincorrono mentre il brano scivola lentamente da una leggerezza quasi sognante verso un finale denso e fangoso. È quel tipo di scrittura che evita accuratamente il climax telefonato e preferisce scavare sottopelle.
“2 C U” dura poco, ma dice moltissimo. Parte in punta di piedi, quasi acustica, poi accumula dettagli, stratifica le chitarre e dimostra ancora una volta quanto gli Swapmeet siano più interessati alla costruzione della tensione che all’effetto immediato. “Halfway”, invece, contiene probabilmente il momento più liberatorio dell’intero percorso: nel finale il pezzo implode ed esplode contemporaneamente, lasciando che una cascata di chitarre prenda definitivamente il controllo.
Poi arriva “Bonny”, ultimo tassello prima dell’uscita dell’album, e diventa chiaro che Mount Zero non è semplicemente una raccolta di buoni singoli. È un disco pensato come un organismo unico. Il brano alterna malinconia e slancio con una naturalezza quasi disarmante; pochi cambi armonici bastano a riscrivere continuamente il paesaggio emotivo senza interrompere la corsa. Tutto sembra muoversi, respirare, trasformarsi.
Il titolo del disco prende il nome da Mount Zero, punto di riferimento lungo la strada che collega Adelaide a Melbourne. Un luogo di passaggio, una distanza da attraversare, un’immagine che diventa metafora perfetta di un album sospeso tra la fine dell’adolescenza e quella strana età in cui il futuro smette di essere un’idea romantica e comincia ad assumere il peso delle aspettative.
La cosa più interessante degli Swapmeet, però, è che sembrano disinteressarsi completamente alla retorica della “next big thing”. Non cercano il riff virale da social network né il revival programmato per sfamare gli algoritmi dello streaming. Questi ragazzini scrivono belle canzoni, semplicemente. Eoggi, nel marasma di gruppetti che confondono le reference con l’identità, è un gesto quasi radicale.
Forse sarà presto per parlare di un nuovo punto di riferimento dell’indie australiano. Ma è abbastanza tardi per smettere di considerarli soltanto una promessa. Appoggiateci sopra le orecchie e vediamo cosa succede, ok?

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
