Milano, 12 settembre 2026

È la seconda volta che tento di scrivere questo report, che arriva con colpevole ritardo a commentare il live di okgiorgio al Magnolia del 12 settembre scorso. Ultima data di un tour che a guardare i social sembra essere stato parecchio entusiasmante.

Composta da tre diversi momenti, la data era articolata in un set al tramonto improvvisato insieme ad alcuni amici e inciso su tape (qui la registrazione integrale), a seguire il live classico portato in giro questa estate sui palchi di mezza Italia e in chiusura un afterset “con le macchinette” insieme ad altri amici ancora. A ben guardare sembra proprio che okgiorgio abbia un sacco di amici e la presa bene generale è uno degli elementi che rende i suoi set indimenticabili a detta di tutti.

Io purtroppo non sono stata contagiata da questa ondata di good vibe che sembrano emanare dal pollice alzato del giovane bergamasco, ma andiamo con ordine. Arrivo al Magnolia verso le 22 trafelata dopo una giornata di sbattimenti e mi rendo conto che non riesco a quantificare con precisione l’ultima volta in cui sono venuta qui ad ascoltare un concerto, ma che non sono meno di 8 anni. Già di per sé indicativo. Ormai abituata a frequentare serate di musica elettronica con poche centinaia di persone, mi ritrovo in mezzo a un’orda di ventisettenni sconosciuti e realizzo subito tre cose: 1. se non la più vecchia, sono quantomeno la più stanca; 2. non arriverò mai sotto il palco perché c’è troppa gente; 3. non c’è nessuno che abbia una faccia che trovo vagamente simpatica.

Fortunatamente nel giro di pochi minuti attacca il live sul palco, che ripropone i pezzi contenuti nei vari EP usciti negli ultimi tre anni che mescolano house, techno a 150 bpm, electro e dub a momenti strumentali più introspettivi, punteggiati da campionamenti vocali e texture delicate, oltre a sfumature decisamente pop. Il set funziona, okgiorgio saltella su e giù per il palco e ringrazia, sorride, ricorda Gaza e dà vita a una performance a metà tra concerto live e clubbing, che il pubblico mostra di conoscere e apprezzare. Ed è proprio questa la cosa per me più interessante di questa esperienza. Vedere come tanta gente che palesemente non ha mai messo piede a una festa si lasci condurre fiduciosa dentro ritmiche ipnotiche e a tratti ossessive, che probabilmente sarebbero suonate estranee a quelle stesse orecchie, se proposte in un contesto diverso.

Ho letto da più parti questa formula da ufficio stampa: “okgiorgio decostruisce, ricombina e riassembla suoni elettronici in un ecosistema tra musica da ballare e allo stesso tempo emotiva”. Al di là del dubbio significato di musica emotiva, è interessante come apparentemente emerga una distinzione tra la musica che si ascolta e quella che si balla. Come se la dimensione del ballo aggiungesse di per sé qualcosa all’esperienza musicale, trasformandola da atto di puro ascolto in qualcosa d’altro. E qui ritorna il concetto di good vibe tanto caro al caro giorgio. Perché credo sia proprio il ballo, la dimensione del corpo, il movimento estatico e ripetitivo a trasformare un concerto in un’esperienza rituale, ad amplificare la potenza dei suoni e a regalare al pubblico quel senso di appartenenza che dà al tutto un sapore magico e irripetibile. Questo chi frequenta il dancefloor lo sa molto bene.

A mio parere okgiorgio rende potabili al grande pubblico frammenti di culture altre, mescola suoni alieni ad altri familiari e meno nervosi e minacciosi, coinvolge persone apparentemente lontane dalla cultura del ballo (e volutamente non uso la parola clubbing, che ricorda prodotti preconfezionati e canonizzati in un’estetica che nulla ha della sottocultura da cui questa musica è nata) in un modo ultraspontaneo e simpa, perché diretta diramazione del suo personale approccio a questi mondi. E c’è davvero da rendergliene il merito, perché lo fa bene, in modo intelligente, misurato, non banale e genuino. Per questo le persone lo seguono e si mettono a saltare insieme a lui, perché sentono che non c’è nulla di artificioso né di costruito. E che tutto sommato questo altrove, spaventoso e affascinante al tempo stesso, è una gran figata.

Il set live, dopo un’infilata di hit che tutti cantano a squarciagola, tra cui Scintille, ko cuore e okokok, si chiude dopo 75 minuti circa con dettagli e la voce campionata della Vanoni che lascia il palco vuoto sospeso in un’atmosfera sognante. Il gran finale è affidato a un after durato fino alle 3 del mattino e quasi interamente affidato a loop machine e campionamenti, che fanno da base all’improvvisazione di una vera e propria crew di amici che si susseguono sul palco e che paiono essere sempre più presi bene. Tutto molto bello insomma, tranne dei volumi francamente ridicoli sia qui che sul palco grande.

Io non ho ballato, troppo poco spazio disponibile, mi sono sentita nettamente fuori contesto sia anagraficamente che nel modo di intendere la festa, ma sono stata felice di constatare come esista un altro folletto nel mondo votato a diffondere il verbo elettronico al grande pubblico e chissà che non rivedrò qualcuno, imboccato dal suggerimento del buon giorgio, sotto cassa in buka ad approfondire quello di cui, in una serata come quella al Magnolia, ha avuto solo un vago assaggio.

Vedova Tizzini