Roma, 25 gennaio 2018

Ai miei tempi era consuetudine etichettare gli sbarbini con l’acronimo CBCR, che esprimeva con ottima sintesi il concetto: ottime potenzialità ancora da sviluppare appieno. Nel caso dei ≈Belize≈ mi sento addirittura di spendere un CBCRAB, dove l’AB finale sta per a breve. Questo sia perché da una veloce chiacchierata con il frontman, Riccardo Montanari, il secondo album uscirà tra pochi mesi, sia perché la maturazione del sound della band è già tutta anticipata nell’EP “Replica”, di cui potete leggere la recensione qui.

Il concerto di giovedì scorso al Lanificio159 a Roma è stato nel complesso un ottimo live e ha bilanciato aspetti ancora da migliorare con una generale impressione positiva, che mi ha convinto devo dire non poco, e inaspettatamente.

Cominciamo da qualche lieve sbavatura: la voce è ancora un po’ incerta, specialmente durante i primi pezzi, forse per un problema nella regolazione dei volumi. E l’uso episodico del vocoder, se da una parte si inserisce perfettamente nel genere/non genere proprio della band, dall’altra dissimula una non piena padronanza del mezzo. Anche la scrittura dei testi è ancora un po’ immatura, e risente di influenze tardoadolescenziali che sicuramente raccontano bene un certo mood, ma allo stesso tempo penalizzano la portata dell’aspetto musicale, che risulta di ben più ampio respiro, travalicando i confini italioti per inserirsi a pieno diritto nel panorama delle più interessanti e originali sperimentazioni d’oggidì.

Detto questo, le basi, i suoni e la produzione evidenziano un lavoro di ricerca mai scontato, che nella dimensione del live non si è minimamente perso come temevo, ed è anzi arrivato in tutta le sue raffinate sfumature dritto dritto a colorare di malinconia il cervellino degli astanti, che hanno ascoltato educatamente in silenzio il susseguirsi dei brani, intervallati da qualche battuta di Riccardo su quanto Varese faccia schifo in confronto a Roma (vieni a vivere qui e vediamo quanto resisti baby, mi verrebbe da suggerirgli).

Un altro aspetto immediatamente evidente è l’evoluzione tra i pezzi del precedente lavoro, “Spazioperso”, e i brani recenti, che dimostrano la voglia di crescere e lasciano ben sperare nel capitolo successivo, anche se un pezzo come Bovisa a mano armata ha dimostrato di avere un tiro pazzesco dal vivo e rimane una piccola perla, forse la migliore del primo album.

Oltre al più famoso singolo Pianosequenza, dal loop ipnotico che ti si pianta in testa e non ti esce più, menzione speciale per Iride e Quando la città dorme, che con il mix bilanciato tra trip-hop, elettronica e downtempo hanno riempito la sala del Lanificio di una nebbiolina densa e padana, che ti entra dentro le ossa e ti proietta verso uno spazio interiore fatto di vuoti molto più che di pieni. Lo spazio freddo e minimale di un loft con i soffitti alti, le pareti spoglie e il grigio cemento che si mangia tutta la voglia di vivere che ti rimane in corpo.

Per concludere, devo ammettere che la loro partecipazione a X-Factor, che sembra ormai risultare quasi un male necessario di questi tempi, è stata nella mia personale considerazione compensata dal fatto che il loro esordio risulta di parecchio precedente. E dimostra ancora una volta come ci sia grande differenza tra lo sfruttare un teatrino mediatico per ottenere più visibilità e quello di finirci stritolati dentro. Cosa fortunatamente non accaduta a una band che se dovessi sintetizzare in un aggettivo, definirei fottutamente cool.

La Vedova Tizzini