A Mantova l’aria di settembre arriva senza chiedere permesso. Di giorno fa ancora caldo, la pietra trattiene il sole, i muri di Palazzo Te sembrano averlo assorbito per secoli e restituirlo piano, quando ormai non serve più. La sera, invece, c’è quella temperatura che ti fa pensare che l’estate sia già finita ma nessuno abbia ancora avuto il coraggio di dirlo. È dentro questo piccolo equivoco stagionale che arrivano i Wilco. L’Esedra di Palazzo Te è piena. Non c’è un gruppo di apertura. Non c’è bisogno di scaldare nessuno. Alle nove passate, quando Jeff Tweedy e gli altri salgono sul palco, il pubblico ha già fatto il proprio lavoro: ha aspettato, ha parlato sottovoce, ha bevuto qualcosa, ha guardato il cielo diventare scuro sopra Mantova. I Wilco cominciano e basta.
Non fanno grandi ingressi. Non ne hanno bisogno.
Parte “Art of Almost”, e per qualche minuto sembra che il concerto debba prendere una direzione diversa da quella che conosciamo. Il pezzo arriva come una macchina che si mette in moto lentamente e poi trova una velocità propria. Il suono è largo, preciso, pieno di piccole cose. Nels Cline sta lì con la chitarra come se avesse un appuntamento con qualcosa che gli altri non vedono. Poi “Handshake Drugs”. È una delle qualità dei Wilco: possono passare da una canzone all’altra senza dare l’impressione di cambiare davvero strada. È sempre la stessa strada, soltanto che ogni tanto cambia la luce.
Jeff Tweedy parla poco. Quando lo fa, non sembra interessato a costruire il personaggio del musicista americano venuto in Europa a spiegare agli europei che cosa sia il rock. È un uomo con una chitarra, capelli bianchi, una voce che ha imparato a non chiedere troppo a se stessa. Dice qualche parola. Sorride. Ringrazia. Poi suona.
“If I Ever Was a Child” arriva con quella malinconia che nei Wilco non è mai completamente malinconia. C’è sempre qualcosa che la spinge da un’altra parte. Una batteria, un giro di basso, un rumore. Una porta lasciata aperta. Con “Via Chicago” il concerto trova una prima casa. La canzone è vecchia abbastanza per essere diventata memoria e viva abbastanza per non comportarsi come un ricordo. Quando arriva quel movimento della musica che sembra sul punto di perdere l’equilibrio, la band non lo evita. Ci entra dentro. È una cosa che i Wilco fanno da sempre: non cercano di nascondere l’errore. Lo ascoltano.
“I Am Trying to Break Your Heart” è il punto in cui il passato e il presente smettono di distinguersi. È ancora una canzone capace di suonare strana, e forse è questa la sua fortuna. Dopo tanti anni, non ha trovato una sistemazione definitiva. Continua a stare un po’ di traverso. Poi “Kamera”, più nervosa, quasi impaziente. Il pubblico riconosce tutto. Ma riconoscere una canzone non significa necessariamente sapere dove andrà. I Wilco hanno costruito una carriera su questa piccola differenza. Le canzoni sono familiari. Il modo in cui le suonano, invece, non lo è mai del tutto. “Evicted” porta la serata verso il presente. È uno dei momenti in cui ci si ricorda che questa non è una band che vive soltanto del proprio catalogo. Nel 2024 hanno pubblicato Hot Sun Cool Shroud, e proprio “Annihilation” sarà più avanti l’unico brano dell’EP a entrare nella serata. Ma stasera il tempo sembra avere un andamento tutto suo.
Arriva “Bird Without a Tail / Base of My Skull”. Due canzoni che si incontrano e fanno quello che fanno le persone quando stanno insieme da molto tempo: non hanno bisogno di presentarsi. La batteria di Glenn Kotche è precisa senza essere rigida. John Stirratt tiene il fondo. Pat Sansone e Mikael Jorgensen costruiscono intorno alle canzoni una specie di architettura mobile. Cline, naturalmente, continua a cercare qualcosa nelle pareti. E Tweedy canta.
“I’m Always in Love” è uno di quei momenti in cui una frase apparentemente semplice diventa più grande di quanto dovrebbe. I Wilco hanno sempre avuto questo talento: prendere parole quotidiane e lasciarle in pace abbastanza a lungo perché comincino a fare male. Dopo “Annihilation”, arriva “Hummingbird”. Per un attimo l’Esedra sembra più piccola. Non perché il pubblico sia silenzioso. Perché ascolta. È una delle cose strane dei concerti. Ci sono migliaia di persone e, a volte, sembra che ce ne sia una sola. Poi “It’s Just That Simple”. John Stirratt prende il microfono e la canzone sembra cambiare temperatura. È una parentesi, ma anche una dimostrazione di quanto i Wilco sappiano muoversi senza bisogno di sottolinearlo.
“Everyone Hides” riporta un po’ di leggerezza. E la leggerezza, nei Wilco, non è mai superficialità. È piuttosto la capacità di non prendere sul serio nemmeno la propria serietà. Tweedy sorride. Il pubblico sorride. Per qualche secondo tutto è semplice. Poi arriva “Theologians” e la serata torna a fare quello che deve fare. La canzone sembra costruita su una domanda che nessuno ha più voglia di formulare. C’è una chitarra, una batteria, la voce. E poi c’è quella strana sensazione di essere arrivati da qualche parte senza sapere esattamente dove.
“Impossible Germany” è forse il momento in cui la macchina Wilco mostra meglio cosa sa fare. Cline prende la chitarra e non sembra avere fretta. Il lungo sviluppo strumentale cresce senza diventare una gara. Non c’è il bisogno di dimostrare chi è il più bravo. Nessuno sta cercando di vincere. La musica semplicemente si allarga. Le luci salgono e scendono. Il cielo sopra Palazzo Te è ormai completamente nero. Da qualche parte, fuori dal recinto del concerto, Mantova continua a fare Mantova. Una macchina passa. Qualcuno ride. Qualcuno cerca un parcheggio. Qui dentro, invece, c’è una band americana che da più di trent’anni continua a cercare il modo di fare la stessa cosa senza farla mai nello stesso modo.
“Jesus, Etc.” arriva come arrivano certe persone che non vedevi da tempo. Non devi ricordarti niente. Sai già come stare con loro. Il pubblico canta. Tweedy lascia fare. Non è un momento costruito. È una di quelle cose che succedono perché una canzone ha viaggiato abbastanza a lungo da appartenere ormai a chiunque la canti. “Walken” rimette in movimento la serata. È più leggera, quasi scomposta. Poi “Heavy Metal Drummer”, e per un attimo sembra di guardare indietro a un’altra estate, a un altro concerto, a un’età diversa. È una delle cose che i Wilco fanno meglio: non ti ricordano la tua giovinezza. Ti ricordano che ce l’hai avuta.
E che è finita. Ma senza cattiveria.
“I’m the Man Who Loves You” chiude il set principale con una specie di abbraccio storto. La band suona forte, il pubblico risponde, Tweedy sembra finalmente lasciarsi andare un po’ di più.
Poi buio.
Non è un vero buio. Le luci del palco restano accese abbastanza per far capire che torneranno.
E infatti tornano.
Il bis comincia con “California Stars”, la canzone scritta da Woody Guthrie e portata alla luce da Billy Bragg e Wilco. È una scelta perfetta per una sera così: una canzone che parla di desiderio senza complicarlo, di stelle, di cielo, di un posto dove stare. Forse è anche per questo che funziona tanto bene a Mantova. Perché le canzoni non hanno bisogno di essere ambientate dove sono state scritte. Una buona canzone trova il posto da sola.
Poi arriva “Spiders (Kidsmoke)”. Qui la band smette quasi di essere una band e diventa un organismo. Il pezzo cresce, si ripete, insiste. Il ritmo diventa una superficie sulla quale la chitarra di Cline può lasciare segni sempre diversi. Non è una conclusione. È più simile a una porta che resta aperta.
L’ultima è “I Got You (At the End of the Century)”. E allora si capisce che il concerto, in fondo, è stato costruito su una cosa molto semplice: il tempo. Il tempo che passa tra una canzone vecchia e una nuova. Quello che è passato dalla nascita dei Wilco. Quello che passa tra due persone che si sono incontrate a un concerto e magari non si rivedranno mai. Il tempo che ci mette una canzone a diventare importante. Il tempo che serve per accorgersi che lo è già. I Wilco sono una band che ha superato da parecchio il punto in cui avrebbe dovuto dimostrare qualcosa. Non devono dimostrare di essere una grande band americana. Non devono dimostrare di saper suonare. Non devono nemmeno dimostrare di essere ancora giovani.
La loro forza, oggi, è un’altra. È la possibilità di stare sul palco e sembrare esattamente quello che sono. Sei musicisti. Una quantità enorme di canzoni. Una lunga storia alle spalle. E nessuna necessità di raccontarla per forza. Jeff Tweedy, in una recente intervista prima della tappa mantovana, ha detto che la musica per lui è sempre stata consolatoria e che i concerti possono diventare ancora più necessari proprio perché mettono insieme persone reali, fuori dalla logica degli algoritmi. Ha anche rifiutato l’idea romantica secondo cui per fare arte bisogna stare male. Forse è questo che si sente stasera.
Non la sofferenza. La sua conseguenza. Le canzoni sono piene di separazioni, errori, amori, fughe, fallimenti, piccoli disastri. Ma sul palco non c’è nessun culto del dolore. C’è qualcosa di più difficile: la voglia di continuare. Continuare a suonare. Continuare ad ascoltare. Continuare a cambiare una canzone che tutti conoscono. Continuare a stare insieme. Quando finiscono “I Got You”, il pubblico applaude a lungo. I musicisti si salutano. Tweedy resta un momento sul palco. Non sembra avere fretta di andarsene, ma neppure vuole trasformare il saluto in una scena. È soltanto la fine. La gente comincia a uscire dall’Esedra. Le sedie si svuotano. Le voci riprendono a crescere. Qualcuno commenta il concerto. Qualcuno cerca gli amici. Qualcuno dice che “Impossible Germany” è stata la cosa migliore della serata. Un altro preferisce “Via Chicago”. Qualcuno, naturalmente, avrebbe voluto un’altra canzone. Succede sempre. Fuori, Mantova è ancora lì. Palazzo Te resta illuminato per un po’. Le persone si allontanano lentamente lungo il viale. C’è quella stanchezza piacevole che arriva dopo un concerto lungo, quando le orecchie continuano a sentire musica anche se la musica è finita. I Wilco hanno suonato per quasi due ore, attraversando più di trent’anni di carriera e mettendo insieme canzoni che appartengono a epoche diverse. Il formato del tour era stato pensato proprio come un’immersione nel catalogo della band, con due set e senza artista di apertura.
A Mantova, però, non è sembrato di assistere a una lezione di storia del rock alternativo. È sembrato di entrare per qualche ora nella vita di una band che ha deciso di non avere una conclusione. Forse è questa la cosa più americana della serata. O forse la più umana. Quando arrivi a una certa età, non puoi più fingere che il tempo non sia passato. Puoi soltanto decidere che cosa farne.
I Wilco hanno scelto le canzoni.
Le hanno prese una alla volta.
Le hanno portate fino a Mantova.
E le hanno lasciate andare nel buio.
Il resto, per una notte, poteva aspettare.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
