Ci sono artisti che sembrano appartenere a un tempo diverso da quello in cui suonano. Mei Semones è una di questi. Non tanto per la musica in sé, quanto per il modo in cui la abita: con una discrezione quasi ostinata, come se ogni canzone fosse una pagina di diario letta a bassa voce. Il suo concerto al palco piccolo del Circolo Magnolia, davanti a una platea di poco meno di 200 paganti, ha confermato questa impressione. Un’esibizione raccolta, quasi domestica, che ha trovato nella dimensione ridotta dello spazio la propria collocazione naturale.
Ad aprire la serata è stato Aron!, autore e musicista che negli ultimi mesi ha collaborato con Mei nel singolo Macramè. Il suo set ha funzionato come un’introduzione morbida al mondo sonoro della protagonista della serata, e il ritorno sul palco durante il concerto per eseguire insieme il brano ha rappresentato uno dei momenti più spontanei dell’intera esibizione. Nessun effetto speciale, nessuna ricerca della sorpresa a tutti i costi: semplicemente due artisti che condividono un linguaggio comune.
La scaletta ha seguito un percorso coerente con la produzione recente della cantautrice: Itsumo, Kurayami, Tegami, Inaka, Kemono, Howl / Korokke, I Want To Be Honest, Towards Manhattan / 2 Hands, Senro, Dumb Feeling, I Can Do What I Want, Tora Moyo, Animaru, Rat With Wings, Zarigani, per poi chiudere con l’encore affidato a Kodoku e Sasayaku Sakebu. Più che una sequenza di brani, sembravano piccoli racconti che scorrevano senza soluzione di continuità, tenuti insieme da una scrittura che mescola jazz, folk, indie e suggestioni della tradizione giapponese senza mai forzare gli incastri.
Dal vivo, Mei Semones conferma una notevole maestrìa tecnica. La sua voce rimane leggera ma sicura, la chitarra accompagna con naturalezza passaggi armonici complessi e la band sostiene il tutto con eleganza, evitando di occupare spazi inutili. È una musica che rifugge il climax e preferisce i fraseggi saltellanti, costruendo un equilibrio fragile che richiede sempre costante attenzione e disponibilità… Non è un concerto pensato per rimanerti in mente, forse un sottofondo per fare esercizi ginnici mentali e non.
Proprio questa ricerca della misura, però, finisce a tratti per trasformarsi in una certa uniformità. Se nella prima parte del live la delicatezza rappresenta il principale punto di forza, con il passare dei brani emerge una sensazione di prevedibilità che rende più difficile mantenere vivo il coinvolgimento emotivo. Alcune canzoni, pur ben eseguite, sembrano condividere la stessa dinamica e lo stesso registro espressivo, finendo per appiattire il ritmo complessivo del concerto.
Anche l’arrangiamento contribuisce a questa impressione. La presenza di due violini sul palco, inizialmente capace di arricchire il tessuto sonoro con sfumature cameristiche, alla lunga appare ridondante. Le linee dei due archi finiscono spesso per sovrapporsi senza aggiungere reale profondità agli arrangiamenti, accentuando quella patina eterea che caratterizza il repertorio ma che, dopo diversi brani, rischia di diventare un elemento ripetitivo. In più di un’occasione sarebbe bastato un solo violino, lasciando maggiore spazio al dialogo tra voce e chitarra, che rimane il cuore più autentico della proposta di Mei Semones.
Non è una questione di qualità esecutiva: i musicisti sono impeccabili e il livello tecnico resta elevato per tutta la durata dello spettacolo. È piuttosto una scelta estetica che, insistendo sulla stessa tavolozza di colori, finisce per limitare il respiro dell’insieme. Qualche momento di maggiore essenzialità avrebbe probabilmente valorizzato ancora di più le canzoni, lasciando emergere con maggiore chiarezza la loro scrittura.
Alla fine del concerto rimane la sensazione di aver assistito a un’esibizione coerente, raffinata e fedele all’identità dell’artista. Mei Semones continua a muoversi in un territorio personale, lontano dalle logiche della spettacolarizzazione e vicino a una dimensione quasi narrativa, fatta di dettagli più che di grandi gesti. È una musica che preferisce suggerire piuttosto che affermare, osservare piuttosto che dichiarare. Come certi racconti di Haruki Murakami o le tavole più silenziose di Jirō Taniguchi, procede senza fretta, lasciando che siano i vuoti, più ancora dei pieni, a costruire il significato. Non sempre questo basta a sostenere un intero concerto, ma quando l’equilibrio si ricompone riesce comunque a regalare immagini sonore di rara delicatezza.

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
