Milano, 14 giugno 2026
C’è qualcosa che rende i Big Thief la migliore band emersa negli ultimi dieci anni dal circuito indie-folk americano. Qualcosa che dal vivo ti scaraventa in un universo psicofisico che ha molto a che fare con l’estasi. Il concerto al Circolo Magnolia è stata l’ennesima dimostrazione di un prodigio artistico difficile da decifrare. Insomma, la ricetta dei Big Thief contiene evidentemente un ingrediente segreto, almeno per quanto mi riguarda. Perché una spiegazione certa, esaustiva, non saprei proprio darla.
Provo a darmi una risposta introducendo l’aspetto tecnico. La compagine di Adrianne Lenker ha la straordinaria capacità di rendere tutto molto semplice, come quei giocatori tatticamente ineccepibili che non hanno bisogno dei numeri da circo per far girare bene l’intera squadra. I brani ruotano intorno a pochi accordi, scarnificati e radicali. In apparenza potresti suonarli in spiaggia al falò di Ferragosto. Ma non è così. Provateci, se volete, l’estate è vicinissima, ma vi uscirà quasi certamente qualcosa di incompiuto. Il punto è che quella roba lì, facile facile, è il risultato di un complicato gioco di incastri che ti riesce soltanto a due condizioni: conoscere a menadito il mestiere di musicista e avere Buck Meek al tuo fianco che ti ricama il pezzo a mo’ di sartoria made in Brooklyn. Il trio newyorkese, al quale si è aggiunto l’ottimo bassista Joshua Crumbly, che dal vivo ha sostituito Max Oleartchik, si muove a scatti seguendo un meccanismo non replicabile da altri. Punto e basta.
Eppure non è soltanto questo. L’unicità dei Big Thief sta anche nei testi. E qui, ragazzi miei, c’è da srotolare un tappeto rosso al passaggio di Adrianne Lenker, perché siamo al cospetto della migliore autrice di questa generazione. Nelle sue parole, sogno e realtà si mescolano per descrivere un pianeta alieno, un turbinio di ricordi, speranze e illusioni che fatichi a collocare nel tempo e nello spazio. I suoi bozzetti privati, di un intimismo educato e gentile, si squarciano all’improvviso per avvolgerti in un’esperienza condivisa. Mentre la ascolti cantare brani come Shoulders, Simulation Sworm, Incomprehensible o le intramontabili, splendide, Masterpiece e Not, tutte inserite nell’inappuntabile scaletta del Magnolia, rimani aggrappato a un’immagine candida e senza spine. Poi, però, la voce limpida dei primi versi si increspa nell’oscurità per far riaffiorare i fantasmi. Il bianco si sporca di sangue, si mescola al fango e sfocia in una palude in cui puoi liberarti o sentirti intrappolato.
E poi c’è l’approccio. I Big Thief si presentano sul palco in punta di piedi, con il fare di chi, prima di entrare, si affaccia alla porta e chiede permesso con lo sguardo sornione. Poche parole. Un ciao e un paio di grazie, pronunciati sottovoce con il timore di sbagliare accento. Di sorrisi, invece, se ne vedono tanti. Timidi e tenerissimi quelli di Lenker, con gli occhi bassi coperti dal frangione. Più aperti quelli di Meek, che nel frattempo regala il suo solito repertorio di smorfie e movimenti semirotatori tipo mimo da marciapiede.
Ma non è sempre tutto così composto. Nei pezzi più spinti la band scioglie le righe e improvvisa. Adrianne si lancia nei suoi assoli abrasivi, sbilenchi, a volte cercando la complicità di Buck, altre rifugiandosi nelle retrovie o seduta sulla spia. Come in Real Love, brano con cui è esploso per davvero il concerto, struggente e lisergico dal vivo, piazzato a sorpresa al terzo posto in scaletta. O come in Pterodactyl, che invece ha chiuso il live prima dell’encore, mostrando il lato grunge dei Big Thief, quello più duro e raramente in vista, che a me fa letteralmente impazzire. Pterodactyl, peraltro, è stato uno dei quattro nuovi brani suonati al Magnolia, insieme a Carry, Muscle Memory (folkettoni classici) e Mr.Man (un chiaro tributo al Dylan di Hurricane).
Vorrei aggiungere altro, ma francamente non mi riesce. La ricetta è segreta, d’altronde, e nulla può spiegare perché ad ogni brano ti rimane in gola un sapore speciale che sa di magone, ossa rotte, ma anche di rinascita. E Paul, in chiusura, non ha fatto eccezione. Un’ultima nota, quella da tabellino di fine partita: il Magnolia era pieno di gente, dai più giovani ai fan della prima ora. Bello vederli così, tutti insieme. Bello immaginarli in balia di una storia comune che ognuno proverà a raccontare a suo modo.
Paolo

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
