
Il trono di Daniela Pes potrebbe iniziare a vacillare. Oppure, più semplicemente, potrebbe allargarsi a una doppia seduta per fare spazio a una seconda regina. Giulia Impache, autrice eclettica al suo esordio per Costello’s Records, abita lo stesso regno sonoro della collega sarda. È lei la candidata numero uno a sedersi al suo fianco sull’altare della sperimentazione. Per entrambe la parola d’ordine è innovare: con le note, con la voce e perché no, anche con la scrittura e la semantica.
I dieci brani che compongono “IN:titolo” di Giulia Impache imboccano raramente il rettilineo, preferendo percorsi secondari, tortuosi, ma decisamente più affascinanti. L’elettronica, in senso generale, la fa da padrone. Ma oltre il muro del suono, tra i rumori di fondo e le macerie retrofuturistiche che ancora fumano in superficie, puoi sentire l’eco di musiche antiche.
Come in (I’m) Looking (for) life, in cui una dolce melodia si fa largo tra i grovigli della drum machine, o nell’ultimo singolo Occhi, un coro quasi liturgico costruito su un tappeto di detriti elettronici. Niente male anche In The Dark e Please, forse i due brani più “facili” del lotto. Anche in questo caso parliamo comunque di un’opera impegnata e impegnativa, piacevolmente spigolosa, sempre in bilico tra l’art pop sintetico, l’ambient moderna e il post-rave.
Paolo
Foto di copertina: Stefano Mattea
Artwork: Luce Berta

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
