Jamie Lee è un ragazzotto cicciottello cresciuto a zig-zag tra le pozzanghere di Manchester. I suoi Money suonano un rock etereo a metà tra il folk onirico di Conor Oberst e le sinfonie drogate dei Verve di Storm in Heaven. Il suo recente disco “Suicide Songs“, prodotto da Charlie Andrew (Alt-J, We Were Evergreen), è un lavoro meraviglioso, una esperienza di ascolto che avvolge in modo totalizzante. Canzoni sentimentalmente radiotttive che traboccano di una rara ispirazione che infetta.  Sono le 22.30 di lunedì 7 marzo del 2016, Jamie sale sul palco del Magnolia di Milano, goffo e impacciato nel suo cappotto infeltrito, le cui tasche sono state accuratamente riempieti da lattine di birra. Imbraccia una chitarra acustica e sputa nel microfono “We’re all dead” attaccando un folk sbilenco che lo vede come protagonista in una fuga post amplesso tra le strade di londra. Si ferma, invita tutti a chiudere gli occhi e immaginare un campo lungo con una figura in allontanamento. Immagini a contrasto.
Dal secondo pezzo, Jamie, viene raggiunto da tutta la band: chitarra elettrica e synth, batteria, basso, violoncello e violino. Tutti stretti intorno a lui, ai suoi ululati che oscillano senza sosta tra rabbia e malinconia. Decolla una meravigliosa “You Look Like A Sad Painting On Both Sides Of The Sky”, una ballata dondolante in stile Elvis Perkins, di quelle che non vorresti finissero mai e poi mai. Il set continua per altre tre canzoni in chiave folk acustico, salvo poi prendere il volo nel rock psychedelico dove il nostro antieroe scende tra il pubblico a sputacchiare il suo disagio. Momento topico la meravigliosa “I’ll be the Night” che solo con il primo verso si porta a casa, game-set-match:
“When I was a child I made a deal against the sun / that if it died out that I would carry on”. Ci pensi. Ci ripensi
Certe promesse non sono da tutti e anche solo a pensarle ci vuole un talento sempre più raro.

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a cura di Tum Vecchio