wrongonyou

Wrongonyou non è il mio eroe preferito. Eppure in cucina ho appeso una stampa con il suo faccione. Fu lui a regalarmela al termine di un concerto d’inizio estate, quando “The Mountain Man” era ancora in fase di registrazione. Non che io fossi un privilegiato: sul banchetto c’erano decine di copie. Ma privilegiato è il luogo in cui decisi di appenderla un paio di settimane dopo. Da allora mi cade l’occhio tutte le mattine. E come quelle vecchie litografie che trovi ancora in qualche tinello, la stampa di Wrongonyou mi trasmette suo malgrado la giusta serenità.

Si tratta in realtà di un’illustrazione in bianco e nero. Lui che imbraccia una chitarra, con un enorme orso alle sue spalle. In basso a destra, il marchio Carosello Records, che ha prodotto questo suo primo disco; a sinistra, un autografo francamente illeggibile. Wrongonyou è lo pseudonimo di Marco Zitelli, un ragazzone romano di ventisei anni con il pallino del folk americano e tutta la discografia di Bon Iver chiusa in testa a doppio giro di chiave. Comincia a scrivere musica nel 2013 e in men che non si dica un professore di Oxford lo invita a registrare negli stessi studi in cui debuttarono i Radiohead. Da quel momento Wrongonyou ha incominciato a bazzicare i palchi di mezza Italia, fino ad aprire gli ultimi concerti di Niccolò Fabi.

wrongonyou“The Mountain Man” è un Ep composto da sei brani già ampiamente noti a chi lo ha sentito dal vivo nei mesi scorsi. Un disco d’esordio che, al pari di quelli di Fil Bo Riva e Birthh, lascia ben sperare per il futuro della musica italiana. Come per i due colleghi, infatti, anche il lavoro di Wrongonyou gode di un respiro internazionale che raramente si apprezza nelle più recenti produzioni nostrane. Per rendersene conto basta ascoltare il pezzo d’apertura, Killer, in cui il nostro dà sfoggio di una voce sorprendente e un’intensità da veterano dei cuori infranti. Nella successiva Rodeo si coglie non solo la sua abilità nel modulare il cantato sul filo delle emozioni, ma anche una grande padronanza dello strumento nel costruire arpeggi mai banali, né barocchi.

The Lake Let Me Down sono due perfetti singoli, sinonimi e contrari. Il primo, ritmato e in levare, è un invito a fuggire dall’ombra per immergersi nella luce del sole. Il secondo, che rimanda a certe aperture alla Ben Harper, è la richiesta d’aiuto di chi all’ombra non ci vuole proprio tornare. La title track spazia con successo su territori più energici e rock, mentre la chiusura è affidata alla preghiera in crescendo di Oh Lord.

Note costantemente arricchite da un uso discreto dell’elettronica e dal vocoder tanto caro a Justin Vernon, con richiami a paesaggi montani, tra ghiaccio e terra. Se Wrongonyou fosse un regista, il suo occhio indugerebbe su lunghe panoramiche, su piccoli laghi e distese verdi. Infine si addentrerebbe nei boschi alla ricerca del suo alter ego: quell’enorme orso ritratto nella stampa e tatuato sul braccio. Attendiamo un album su lunga durata per la conferma definitiva.

Paolo Ferrari