Un’ora e mezza scarsa per ripercorrere una carriera che ha segnato il rock alternativo americano. Evan Dando, forse alle prese con una costola incrinata dopo una caduta in skate avvenuta prima del concerto, ha ridotto la durata dello spettacolo, sacrificando soprattutto le cover. Ma la scaletta, tra classici, gemme laterali e omaggi alle proprie radici musicali, ha restituito un’immagine significativa dei Lemonheads. Ci sono concerti che si misurano con il cronometro e altri che chiedono di essere giudicati per quello che riescono a lasciare. Quello dei Lemonheads, ieri sera al Circolo Bellezza di Milano, appartiene a una categoria intermedia: un appuntamento atteso, una scaletta capace di attraversare diverse stagioni della band di Boston e una durata inferiore alle aspettative. Evan Dando e soci hanno suonato per un’ora e mezza scarsa, anziché avvicinarsi alle due ore abbondanti previste. Una differenza tutt’altro che trascurabile per chi sperava in un’immersione più estesa nel repertorio del gruppo.
A complicare la serata ci sarebbe stato un imprevisto fisico. Secondo le informazioni circolate, Dando avrebbe subito una caduta in skate prima del concerto, riportando probabilmente una costola incrinata. Non si tratta di una diagnosi confermata, ma l’ipotesi offre una possibile chiave di lettura della durata ridotta dello spettacolo. Il dato concreto è che il concerto si è concluso prima del previsto, con una selezione che ha penalizzato soprattutto le reinterpretazioni di brani altrui.
Dai classici alle gemme meno frequentate
L’apertura con _The Great Big No_, dall’album _Come On Feel the Lemonheads_ del 1993, ha riportato subito al centro la vena melodica di Dando: chitarre brillanti, immediatezza pop e quell’equilibrio tra malinconia e leggerezza che costituisce la cifra della band. A seguire, “58 Second Song” ha richiamato il lato più breve, nervoso e diretto del repertorio, prima che “My Drug Buddy” riportasse l’attenzione su una delle canzoni più rappresentative di “It’s a Shame About Ray”
“My Drug Buddy” è uno dei brani che spiegano meglio la sensibilità di Dando. Sotto un’apparente semplicità acustica si nasconde una malinconia sottile, mai dichiarata fino in fondo, che rende la canzone molto più di una parentesi intimista nel catalogo del gruppo. È il tipo di scrittura in cui i Lemonheads hanno saputo distinguersi: melodie accessibili, ma attraversate da un’inquietudine che non scompare neppure quando il ritornello sembra invitare alla spensieratezza.
Con “Speed of the Sound of Loneliness”, omaggio a John Prine, è entrata in scena una delle principali coordinate musicali di Dando: la tradizione americana. Il brano, nato dalla penna di uno dei più importanti cantautori folk statunitensi, mette insieme solitudine, ironia e dolore senza indulgere nel sentimentalismo. La sua presenza in scaletta ha ribadito quanto il repertorio dei Lemonheads sia legato anche alla riscoperta e alla reinterpretazione di canzoni lontane dal formato dell’alternative rock.
È arrivata quindi “It’s a Shame About Ray”, title track dell’album che ha contribuito a consacrare il gruppo negli anni Novanta. Qui si concentra l’essenza della band: una melodia apparentemente solare, un arrangiamento essenziale e un retrogusto agrodolce che impedisce alla canzone di ridursi a un semplice esercizio di nostalgia.
“Confetti” ha riportato il concerto verso il versante più spigoloso e rumoroso del repertorio, mentre “It Looks Like You”, brano solista di Dando, ha aperto una finestra sulla sua produzione personale. È un passaggio significativo perché mostra come l’identità del musicista non coincida interamente con quella dei Lemonheads: esiste un territorio più raccolto, in cui la scrittura si fa meno immediatamente riconoscibile e più libera dalle aspettative legate al nome della band.
Con “Hannah & Gabi”, altra canzone fondamentale di _It’s a Shame About Ray_, è tornata quella combinazione di chitarre leggere e malinconia che ha reso riconoscibile il gruppo. _Fear of Living_ e _Bit Part_ hanno invece riportato in primo piano la componente più ruvida, mostrando il legame con le radici punk e con una scrittura che non ha mai avuto bisogno di grandi arrangiamenti per funzionare.
È proprio nella seconda parte della scaletta che emerge il peso delle scelte effettuate. Le cover sono state ridotte rispetto a quanto ci si poteva aspettare da uno spettacolo di due ore abbondanti, ma alcuni omaggi importanti sono comunque rimasti.
“Tenderfoot” degli australiani Smudge, richiama il legame fra le due band e la scena alternative degli anni Novanta. Non è un semplice inserimento eccentrico: gli Smudge appartengono a quella costellazione di gruppi che hanno condiviso con i Lemonheads un gusto per le melodie immediate, le chitarre elettriche e le canzoni capaci di tenere insieme fragilità e distorsione.
“Down About It” ha riportato il set nel cuore del repertorio originale, seguita da “In the Margin” e “Big Gay Heart”. Quest’ultima, tratta da “Come On Feel the Lemonheads”, è una delle canzoni più particolari della band: un brano che affronta temi di apertura e accettazione senza rinunciare alla struttura pop e alla naturalezza melodica di Dando.
Con “Into Your Arms” , cover dei Love Positions resa celebre nella versione dei Lemonheads, il concerto ha recuperato uno dei momenti più luminosi del repertorio. La canzone rappresenta bene la capacità di Dando di appropriarsi di materiale altrui fino a farlo sembrare parte integrante della propria storia. Il confine fra composizione originale e reinterpretazione, nel suo universo, è sempre stato permeabile.
“The Turnpike Down” e “Rudderless” hanno ampliato il quadro con due brani che appartengono al lato meno immediatamente commerciale della discografia. _Stove_, invece, ha riportato l’attenzione su una scrittura essenziale, nella quale la fragilità melodica si accompagna a una certa ruvidità esecutiva.
Il finale e il bilancio della serata
Nella parte conclusiva sono arrivate “It’s About Time” e “If I Could Talk I’d Tell You” , quest’ultima dall’album _Car Button Cloth_ del 1996. Due brani che riconducono il concerto alla scrittura originale di Dando, alternando energia, immediatezza e quella sensibilità pop che continua a distinguere i Lemonheads da molte altre band della stessa generazione.
“If I Could Talk I’d Tell You” è particolarmente emblematica: il titolo stesso suggerisce una difficoltà di comunicazione, mentre la melodia procede con una leggerezza solo apparente. È una delle contraddizioni più interessanti della poetica di Dando, capace di trasformare l’inquietudine in una canzone che resta in testa al primo ascolto.
Il bilancio del concerto del Circolo Bellezza è quindi ambivalente. Da una parte, una scaletta ricca, costruita attorno a brani fondamentali e a episodi meno scontati, capace di attraversare diverse fasi della storia dei Lemonheads. Dall’altra, un’esibizione più breve del previsto, che ha lasciato meno spazio alle cover e alle escursioni nel repertorio altrui.
La possibile costola incrinata, conseguenza di una caduta in skate prima dello spettacolo, resta un elemento da verificare e non può essere assunta come spiegazione definitiva di ogni scelta. È tuttavia comprensibile che un eventuale problema fisico abbia potuto incidere sulle condizioni in cui Dando ha affrontato la serata.
Il suo percorso artistico, del resto, è sempre stato lontano dall’idea di una perfezione programmata. I Lemonheads vivono di intuizione, immediatezza e vulnerabilità, qualità che hanno reso memorabili le loro canzoni e che continuano a distinguerli anche dal vivo. Questo non cancella la delusione per una durata inferiore alle attese: un concerto di due ore avrebbe permesso di sviluppare maggiormente il dialogo fra i classici e le reinterpretazioni, fra le canzoni che hanno definito il gruppo e quelle che ne raccontano le influenze.
Al Bellezza, però, il cuore della storia è rimasto riconoscibile. Da _My Drug Buddy_ a _It’s a Shame About Ray_, passando per _Big Gay Heart_ e _If I Could Talk I’d Tell You_, le canzoni hanno ricordato perché Evan Dando occupi un posto particolare nel rock americano: la capacità di scrivere melodie apparentemente semplici, capaci di nascondere malinconia, disincanto e una sorprendente resistenza al tempo.
Un’ora e mezza scarsa, dunque, per un viaggio che avrebbe meritato più spazio. Con le cover sacrificate e alcune possibili deviazioni rimaste fuori dalla scaletta, il concerto ha lasciato la sensazione di un racconto interrotto prima dell’ultimo capitolo. Ma anche la conferma che, quando le canzoni sono così solide, persino una serata imperfetta può restituire qualcosa di autentico.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.

