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Fontaines D.C. – Dopamine Chamber: Recensione

Metto le mani avanti. Da un bel po’ di tempo non sono più un grande fan dei Fontaines D.C. Sono pronto a prendermi i vostri insulti, ma per onestà intellettuale sono costretto ad ammettere di essere uno di quegli odiosi saccentelli che amano tanto il primo disco, sono legati al secondo, rispettano senza eccessi il terzo e considerano il quarto niente più che un’efficacissima operazione di larghe intese sorretta da due o tre pezzi obiettivamente molto buoni. Detto questo, immagino che le recensioni ben più complete e tempestive di questa abbiano già sviscerato a dovere gli aspetti tecnici di “Dopamine Chamber”, quinto lavoro degli irlandesi in sette anni. Per questo mi limiterò a buttare lì qualche riflessione a freddo, sperando di non scadere nel già sentito.

Bersaglio mancato?

Innanzitutto, contro ogni aspettativa e nonostante ciò che si dice in giro, credo che questo nuovo album degli irlandesi non sia particolarmente radiofonico. Le aperture melodiche di “Romance” e il successo di pubblico che ne è conseguito lasciavano intendere che i Fontaines D.C. avrebbero proseguito sul solco già tracciato di un indie-rock sicuramente elegante, ma anche molto accessibile. Prima di ascoltare “Dopamine Chamber” avevo sentito qualcuno accostare il disco addirittura agli U2 e ai Coldplay. Non sono d’accordo. Il livello di orecchiabilità, eccezion fatta per Japan e il ritornello di You Miss Me, si è decisamente abbassato. L’ascolto, al contrario, richiede un certo impegno. Viene però un dubbio sulla reale “causa” di questa assenza di accessibilità. La sensazione è che i Fontaines D.C. abbiano cercato di accattivarsi il maggior numero possibile di ascoltatori, che l’abbiano addirittura pianificato, ma abbiano fallito l’obiettivo. L’album risulta “pesante” non perché è un lavoro impegnato, ma perché non è riuscito nell’intento. Ecco allora che viene meno anche la genuinità. E il risultato è qualcosa che rischia di non mettere d’accordo nessuno: né gli ascoltatori di Virgin Radio, né i puristi.

Il problema di girarsi

Questo porta a una seconda considerazione. “Dopamine Chamber”, a differenza del suo predecessore, che diciamolo, era un misto griglia di generi e sapori, disegna un paesaggio sonoro compatto e unitario. Le luci si abbassano, l’orizzonte scompare, le piante appassiscono. Fa un freddo cane e vorresti scappare chissà dove, ma per 43 minuti sei costretto a scaldarti le mani con il fiato, rincantucciato in un angolo buio. Le sonorità scelte per l’album restituiscono l’effetto claustrofobico di una stanza chiusa. Un ritorno alle atmosfere plumbee di “Skinty Fia”, ma anche, se volete, l’altra faccia della medaglia offerta da “Romance”. Il ribaltone è evidente fin dall’immagine di copertina, quasi speculare a quella del 2024, con lo sfondo nero a sostituire quello azzurro. A stuccare le crepe è uno spesso strato fatto di synth, sample e trigger, che soffoca anche i più piccoli spiragli di luce. Le stesse chitarre, sempre più rare, anziché aprire varchi nell’oscurità, irrobustiscono le pareti sottraendo ulteriore spazio. Insomma, i Fontaines D.C. danno sfogo a una vena già fortemente presente nel loro repertorio e sbarcano nella darkwave più rotonda, a metà strada tra Depeche Mode e New Order. Il fatto è che i maestri restano irraggiungibili. E a volte il paragone è impietoso.

Quello che resta

Infatti, se ci tuffiamo nell’ascolto e ravaniamo tra gli undici brani in scaletta, alla fine del disco, dopo tutto ‘sto vagare tra sogno e realtà, umano e non-umano, tra catastrofi, collassi e crisi ambientali, si torna a galla con le saccocce semivuote. Intendiamoci, non è per sminuire o semplificare i contenuti dell’album, che anzi, a parte qualche verso qua e là a misura di social, segnano un grosso punto a favore grazie alla consueta qualità di scrittura di Grian Chatten. Ma una somma concreta, quella sì, bisogna tirarla. E allora come sono, in fin dei conti, le canzoni di “Dopamine Chamber”? Mah, così così. Marianne è certamente un buon singolo. Buona anche Demolition: l’unica che ricorda vagamente il passato. Tongue gode di sprazzi di piacevole novità, specie nella ritmica, con la batteria finalmente in primo piano e un incedere ipnotico dalle parti del dub. Il resto, ahimè, si aggira tra il discreto, la sufficienza risicata e la banalità, che raggiunge l’apice nell’inutile collaborazione con Rosalia.

Paolo