Anni fa, seduto alla scrivania della redazione dove ho lavorato per anni, ricevo una telefonata dal mio collega Alfredo Marziano. Mi dice che gli hanno chiesto di intervistare un artista americano che io conosco bene, e mi chiede se posso dargli qualche spunto per delle domande. Mentre sono al telefono io e Dani, mia collega e amica, compagna di tante avventure, liti e abbracci, ci scambiamo un sorriso. Con lei ho visto almeno due concerti strepitosi di questo artista (entrambi al Conservatorio di Milano) e so bene che consiglio dare ad Alfredo, così gli racconto questa storia…

Negli anni ‘50 Hugh Everett III è uno studioso di Princeton, dove si è laureato in chimica con specializzazioni in matematica e fisica, in un periodo storico caratterizzato da un grande dibattito tra le menti più illuminate di quell’epoca: una battaglia di idee e intuizioni, di calcoli e di parole, sulla parte più infinitesimale della materia, il Quanto.

Amici scienziati, abbiate pietà, non ho nessuna velleità divulgativa, cerco solo di spiegarlo nel modo più semplice possibile: il Quanto è la parte più piccola dell’Atomo e la scoperta della sua esistenza ha creato una vera spaccatura. La particella possiede infatti una proprietà che ha stravolto le leggi della fisica conosciute fino ad allora: non è misurabile e identificabile nello spazio, perché vibra tra più posizioni in un moto continuo. Ovviamente nella vita reale la materia non vibra ad occhio nudo perché intervengono forze come la massa e la gravità.

Questa proprietà della particella contrappone da una parte Albert Einstein, che sostiene che sia necessario creare nuove leggi che spieghino il moto del Quanto (la famosa fisica o meccanica quantistica), e dall’altra Niels Bohr, della scuola di Copenaghen, che invece porta avanti la filosofia deterministica sostenendo che le leggi della fisica non sono da cambiare, ma è da cambiare la tecnologia con cui si rileva la posizione del Quanto nello spazio.

In questa diatriba si inserisce il fisico viennese Erwin Schrödinger che propone un ormai famosissimo paradosso: “Se chiudiamo in una scatola un gatto con una fiala di veleno, finché non apriremo la scatola non sapremo se il gatto ha rovesciato la boccetta, morendo avvelenato, o è sopravvissuto. Per cui, finché la scatola sarà chiusa, il gatto sarà contemporaneamente sia vivo sia morto”.

Ispirato da questa discussione Hugh Everett, che da tempo aveva avviato uno scambio epistolare con Einstein, ha una intuizione: se assumiamo che il Quanto non vibra, ma è contemporaneamente in posizioni diverse, la sua esistenza si inserisce perfettamente nelle leggi della fisica conosciute, e apre la possibilità di un’ipotesi totalmente nuova, come l’esistenza degli universi paralleli.

Everett riesce a dimostrare matematicamente la validità della sua intuizione, ma quando la presenta agli altri scienziati essa viene considerata irreale e fantasiosa. Dopo l’Università, le doti scientifiche di Everett vengono notate dall’esercito americano che lo assume per lavorare a vari progetti. In quegli anni sposa Nancy (conosciuta a Princeton) dalla quale ha due figli: Elizabeth e Mark. Non smette mai di elaborare la sua teoria, e nel 1959 porta tutta la famiglia a Copenaghen per incontrare Niels Bohr ed illustrargliela.
L’incontro va malissimo. Bohr ascolta le parole di Everett, ma va su tutte le furie e lo caccia in malo modo; dopo quel viaggio Hugh riporrà in un cassetto la sua teoria degli universi paralleli e continuerà a dedicarsi ad altri problemi matematici.

I figli non hanno un gran ricordo di lui: lavorava molto e, quando tornava in casa, si metteva a bere e a studiare i suoi libri sulla sua poltrona preferita, la stessa su cui Mark lo trovò morto per un infarto, nel 1982. Nel suo testamento era contenuta una richiesta: “Voglio che le mie ceneri vengano gettate nella spazzatura”. Solo due anni dopo la moglie decise di rispettare la sua volontà.

Dieci anni dopo, nel 1992, Mark fa il suo debutto discografico con il nome di Mr. E, con cui realizza due EP di discreto successo nell’ambiente musicale californiano. Nel 1996 decide di creare una band di cui è leader e autore di tutte le canzoni: gli EELS. Il loro disco di debutto si intitola “Beautiful freak”, ed è un album che ottiene un enorme successo in tutto il mondo, con il suo folk-rock ricercato e malinconico.

Seguono, purtroppo, due anni terribili per Mark. La sorella Elisabeth si suicida, e lascia un foglio in cui chiede che anche le sue ceneri vengano gettate nella spazzatura, con la speranza di finire nello stesso universo parallelo del padre. La madre e la nonna muoiono, e Mr. E si ritrova solo al mondo. Questa enorme solitudine lo ispira a creare uno dei dischi più intimisti della sua carriera, “Electro Shock Blues”, in cui racconta la sua tragedia, ma dà spazio anche a una vena di speranza. Gli Eels, disco dopo disco, diventano una firma importantissima della musica contemporanea americana, e le loro canzoni vengono usate in film e telefilm in tutto il mondo; ma un giorno Mark riceve una chiamata dalla BBC.

Pare che a Princeton alcuni fisici abbiano ripreso in mano le teorie del padre, aprendo una branca di studio che ha preso piede nel mondo scientifico. La BBC chiede a Mark di fare da narratore in un documentario sulla vita e sulle idee del padre, un modo per lui di scoprire cose di Hugh che non ha mai saputo. Il documentario fino all’avvento di Youtube non era distribuito; io ho avuto l’opportunità di vederlo, con Dani, prima di un concerto degli Eels al conservatorio di Milano.

Mentre davanti a noi un famoso cantautore picchiava i piedi e sbuffava perchè voleva che iniziasse il concerto (mi ricorda la Dani).

Il live report degli Eels al Circolo Magnolia

Sono arrivato quasi alla fine. Mi sono dilungato, come mio solito; ma torniamo alla telefonata con Alfredo. Gli propongo di rivolgere a Mark questa domanda: “Nella tua musica ami riprendere, di disco in disco, le stesse linee melodiche, e anche dei personaggi, come il “Dog face boy” che anni dopo diventa l’”Hombre Lobo” (ndr uomo lupo); è forse un tuo modo di creare degli universi paralleli come quelli che ha ipotizzato tuo padre?

Passa qualche giorno, finché Alfredo mi chiama, e mi racconta che l’intervista è andata malissimo, Mark era al telefono da tutto il giorno con vari giornalisti, ed era stanco e scazzato, tanto da rispondere con poche parole ad ogni domanda, finché è arrivata quella che aveva proposto lui e pare essersi illuminato improvvisamente, rispondendo: “Sarebbe troppo paragonarmi a mio padre. Però è vero, in fondo con la mia musica anch’io cerco di crearmi un mondo parallelo” (Fonte, Rockol).

E niente: è stato bello scrivere tutta la storia, ma ho un ultimo aneddoto che mi sono tenuto da parte.

Mark ha raccontato in un’altra intervista che, quando decise di creare una band, dovendo sceglierne il nome pensò che Eels (anguille, ma anche “cazzoni” in slang) fosse perfetto, perché chi fosse andato nei negozio di dischi a cercare il loro avrebbe trovato nello scaffale anche le sue pubblicazioni da solista come Mr. E. – “Non avevo pensato che in mezzo ci sarebbero stati migliaia di maledettissimi album degli Eagles!”.

Guarda il documentario

PARALLEL WORLDS, PARALLEL LIVES from EELS on Vimeo.