Caro me stesso di venticinque anni,

sei a Castelbuono e ancora non lo sai, ma hai già perso. Non la serata. Non il concerto. Non la dignità, che quella probabilmente l’hai persa durante il soundcheck. Hai perso la vecchia versione della tua vita.

Succede qui.

Succede a Ypsigrock, dove per quattro giorni un paese siciliano decide di comportarsi come se Fellini avesse avuto un budget infinito, Bertolucci fosse passato di lì per sbaglio e qualcuno avesse dimenticato di dirlo alla popolazione locale.

Tu hai venticinque anni. Hai una chitarra Stagg da due lire  in mano. Tra poco suonerai. Pensi che il problema sia essere abbastanza bravo. È il genere di problema che hanno i venticinquenni: credono che la vita sia una gara e che il premio sia diventare finalmente la persona che hanno immaginato sotto la doccia.

Non funziona così. La vita non ti consegna il personaggio che avevi ordinato. Spettinato, confuso a volte molto triste e infelice, mai contento. Poi ti consegna Castelbuono. E Castelbuono ti consegna Ypsigrock. E Ypsigrock ti consegna un gruppo di sconosciuti che entro domenica sera chiamerai famiglia.  Questa è la fregatura. Funziona. Cazzo. Sei fregato

Sono passati anni e il festival è cresciuto non poco. La cosa interessante è che nonostante le briochine con gelato non  è ingrassato. C’è una differenza. Sono migliorate le infrastrutture. Il campeggio è più sicuro, più organizzato, meno simile a un esperimento militare condotto da persone che odiano il sonno. Il palco al Castello adesso ha una copertura seria, perché evidentemente a un certo punto qualcuno ha deciso che la pioggia poteva continuare a essere romantica senza dover necessariamente diventare parte della scaletta.

E poi c’è il suono. Ottimi volumi. Ottima qualità. Ottime persone che se ne prendono cura. Le chitarre non arrivano come se fossero state lanciate da un balcone. Le batterie hanno il peso giusto. Le voci non sovrastano ma  devi indovinare le parole del cantante affidandoti alla lettura del labiale. Sembra una cosa banale. Non lo è.

Un festival che cresce normalmente comincia a mettere distanza tra le persone. Più pubblico, più transenne. Più sponsor, più aree dove non puoi entrare. Più backstage, più persone che ti chiedono se sei autorizzato a stare dove sei. Ypsigrock invece ha fatto una cosa più intelligente. Ha investito per togliere problemi senza investire per aggiungere distanza. Puoi stare più comodo senza sentirti più lontano. E questo è il miracolo. Perché lo spirito è rimasto quello di sempre: tutti sembrano conoscersi.

Non è la solita “festival family” da comunicato stampa, quella famiglia dove nessuno sa il cognome dell’altro ma tutti si abbracciano davanti a un fotografo. Qui è più semplice. Hai sete. Qualcuno ti dà da bere. Hai perso un amico. Cinque persone ti aiutano a trovarlo. Hai sbagliato strada. Qualcuno ti accompagna. Hai appena dimenticato il testo di una canzone, qualcuno ti sorride a applaude.  Questa è vita che vorrei. Castelbuono per quattro giorni diventa un gigantesco condominio senza amministratore. La gente entra ed esce dalle vite degli altri. I musicisti diventano pubblico. Il pubblico diventa comitiva. I tecnici diventano filosofi alle tre del mattino. I baristi diventano sociologi.

E tu cammini. Cammini e pensi che tutto questo non dovrebbe funzionare. Invece funziona benissimo.

Il festival ha l’ordine necessario per non andare a fuoco e il caos necessario per sembrare ancora vivo. È una combinazione rara. È come avere un nonno a cui piacciono i Prodigy.

Ma la vera anima di Ypsigrock non è il Castello. È il chiostro di San Francesco. Quello è diventato il cuore. Il resto è il sistema circolatorio. Lì dentro la musica perde la protezione della distanza. Non puoi nasconderti. Non può nascondersi il pubblico. Non può nascondersi l’artista.

Se una voce trema, la senti.

Se una chitarra fa un riff memorabile, la vedi accadere.

Se una canzone non funziona, non ci sono laser, fumo e trenta metri di palco a distrarti.

Il chiostro ti guarda. Tu guardi il musicista. E per qualche minuto siete costretti a essere sinceri.

È questo che rende Ypsigrock diverso. E quindi, perché ogni memoria decente ha bisogno di una classifica, ecco le cinque cose che mi porterò via da questa edizione.

5) SUNDAY, JUNE

Sono giovani. Vengono da Ginevra. Hanno probabilmente ancora un sacco di tempo davanti. Questa cosa mi irrita. Poi cominciano a suonare e li perdono di vista.

Sunday, June fanno un garage midtempo degno dei migliori Byrds, ma senza l’odore di museo. Prendono quella dolcezza elettrica, quelle chitarre che sembrano avere sempre un appuntamento con il sole, e le mettono dentro una canzone contemporanea. Non corrono. Non urlano “guardate quanto vogliamo farci notare”. Non fanno la cosa tipica dei gruppi giovani: trasformare ogni brano in una dimostrazione di ginnastica musicale.

Suonano.

E basta.

La loro forza è proprio questa calma.

Sembra che sappiano qualcosa che noi abbiamo dimenticato: che il rock non deve necessariamente distruggere una stanza. A volte basta spostare i mobili. Li guardi e pensi che forse la chitarra non è morta. Ha solo cambiato indirizzo.

 

4) L’HYPERPOP DI CORE MATO E ALFONSO CHENG

Se Sunday, June sembrano aver trovato una macchina del tempo parcheggiata dentro un garage, Core Mato e Alfonso Cheng hanno costruito la propria dentro un computer che sta prendendo fuoco.

Hyperpop.

Raverock.

Kap Bambino.

100 gecs.

Internet trasformato in una rissa fisica.

Il bello è che non sembra cosplay.

L’estetica non è un vestito.

È un virus. Arriva nella musica, passa nel corpo e improvvisamente il pubblico smette di comportarsi come un pubblico.

Qualcuno salta. Qualcuno balla.

Qualcuno filma.

Poi qualcuno guarda il telefono e pensa: perché sto filmando questa cosa invece di esserci dentro?

Ed è già troppo tardi.

Il telefono torna in tasca.

La musica vince.

È una piccola vendetta contro TikTok.

Non la rivoluzione.

Ma una bella rappresaglia.

3) LA GRANITA DI GELSO DI FIASCONARO

Patrimonio UNESCO. Non accetto discussioni. Potrei spiegare il gelso, la tradizione, la temperatura, la consistenza, l’importanza culturale. Potrei. Non lo farò. È buona da morire. Fine della recensione. A Castelbuono capisci che la gastronomia è una forma di psicologia. Mangiare qualcosa di freddo mentre hai caldo è già una piccola forma di felicità. Mangiare una granita di gelso così buona che per trenta secondi smetti di chiederti dove hai messo il telefono è una forma di liberazione spirituale. La granita non risolve i tuoi problemi. Li mette in pausa. Che, a volte, è meglio.

2) THE ANTLERS

The Antlers sono arrivati con una chitarra e una batteria. Sembrano pochi. È una truffa. Perché dopo qualche minuto dentro quella combinazione ci sono tutte le persone che non hai chiamato, tutti gli amici che hai perso, tutte le cose che pensavi sarebbero successe a venticinque anni e invece no, tutte le cose che non volevi e invece sì. Chitarra. Batteria. Fine. Il resto lo fa il cervello. Il live ha un magnetismo quasi fisico. Non ti chiede di partecipare. Ti cattura.

È diverso. Partecipare significa avere una scelta. Essere catturati significa averla già persa.

La batteria entra e ti prende per lo stomaco. La chitarra apre uno spazio dentro il quale finiscono cose che non avevi intenzione di portare al festival.

E ti commuovi. Naturalmente. Perché il corpo è un idiota. Puoi passare tutto il pomeriggio dicendoti che sei adulto, che hai esperienza, che ormai sai come funzionano le cose. Poi arriva una chitarra. E piangi. La musica dal vivo è questo: il modo più costoso che abbiamo inventato per ricordarci che siamo vulnerabili.

 

1) ANNAHSTASIA

Annahstasia al chiostro. due chitarre acustiche e un violoncello. Questa è la mia numero uno.

Non c’è una produzione gigantesca.

Non c’è un esercito di luci.

Non c’è nessuna montagna di amplificatori dietro cui nascondersi.

C’è lei.

E una chitarra.

E il chiostro.

E all’improvviso capisci che il carisma non è la capacità di farsi guardare.

È la capacità di rendere impossibile guardare altrove.

Annahstasia ha qualcosa della nuova Ani DiFranco: non perché la imiti, ma perché sembra avere quella stessa convinzione che una canzone possa essere contemporaneamente musica, confessione, protesta e coltello.

La ascolti e pensi una cosa pericolosamente romantica.

Pensi alla piazza.

Pensi a cosa succederebbe se i ragazzi smettessero per un momento di vivere dentro lo schermo e tornassero a vivere fuori.

Se si incontrassero.

Se cantassero.

Se discutessero.

Se si arrabbiassero senza usare una reaction.

Se qualcuno salisse su una panchina e dicesse qualcosa che non è stato approvato dall’algoritmo.

Annahstasia avrebbe il carisma per guidare una rivoluzione gentile.

Una rivoluzione senza merchandising.

Senza slogan stampati su una tote bag.

Senza link in bio.

Una rivoluzione fatta di persone che tornano a guardarsi negli occhi.

Forse è una fantasia.

Ma a venticinque anni vivevi di fantasie.

Quindi lasciamene almeno una.

NOTE A MARGINE

I Gans prendono il chiostro e decidono che la pace è un concetto teorico. Quartetto riot punk inglese. Live completamente fuori controllo. Divertentissimo. Pazzo.

Suonano come se avessero appena scoperto che esistono le regole e avessero deciso di verificarne una per una l’effettiva consistenza. Il pubblico impazzisce. Il chiostro resiste. Per miracolo. È il punk nella sua forma migliore: non una posa, non una divisa, non una citazione bibliografica. Un modo per dire: siamo qui, siamo vivi, facciamo rumore. Una piccola nota a penna rossa per i Karakaz, con un cantante dall’attitudine un pelo indisponente e fuori contesto rispetto alla pace di questo posto, un consiglio da zio ” fraè se vuoi farti notare…sarebbe bastato suonare, non serve abbassarsi i pantaloni…”

E qui torniamo a te. A venticinque anni. Sei lì. Hai lo chitarrina, la camicia a quadretti. Hai paura. Pensi che tutti ti stiano scrutando. La verità è che quasi nessuno lo fa. E questa è una buona notizia. Perché significa che puoi smettere di cercare di impressionare il mondo. Puoi semplicemente suonare. È una delle cose che questo festival ti insegnerà.

Ypsigrock è cresciuto senza perdere la propria faccia.Ha messo in sicurezza il campeggio. Ha coperto il palco del Castello. Ha migliorato il suono. Ha fatto investimenti. Ha fatto quello che fanno le persone intelligenti quando una cosa funziona: l’ha protetta. Ma non ha sterilizzato il caos. Non ha trasformato il festival in un centro commerciale con le chitarre. Ha lasciato che Castelbuono continuasse a fare quello che sa fare meglio. Accogliere. Mescolare. Confondere. Fare incontrare persone che normalmente non si sarebbero mai incontrate. È questa la parte che nessun investimento può comprare.

Puoi comprare un impianto audio. Non puoi comprare quella ragazza che alle due del mattino ti racconta tutta la sua vita perché avete visto lo stesso concerto.

Puoi coprire un palco. Non puoi coprire una piazza. Puoi mettere in sicurezza un campeggio. Non puoi mettere in sicurezza un festival dall’imprevisto. E per fortuna. Perché l’imprevisto è ancora il prodotto migliore che Ypsigrock vende. Tu, invece, non lo sai ancora. Pensi che il festival ti cambierà la vita perché suonerai.

No. Ti cambierà la vita perché ascolterai. È una differenza enorme. Suonare ti insegna a parlare. Ascoltare ti insegna a stare al mondo.

Qui imparerai a fare entrambe le cose. Imparerai che una band di Ginevra può farti ricordare perché hai iniziato ad amare le chitarre. Che due musicisti possono prendere l’estetica di internet e trasformarla in carne. Che una granita può diventare una religione. Che The Antlers possono infilarti una malinconia direttamente sotto la pelle. Che Annahstasia può stare con una chitarra dentro a un chiostro e sembrare più grande di un palco da diecimila persone. E che quattro ragazzi inglesi possono quasi abbattere San Francesco a colpi di punk.

Questa è la vita che ti aspetta. Non quella che hai programmato.

Quella vera. Quella fatta di concerti che dimenticherai e concerti che ricorderai per vent’anni. Di persone che conoscerai per una notte e di persone che rimarranno. Di mattine in cui non ricorderai dove hai lasciato le scarpe. Di pomeriggi in cui mangerai una granita e capirai improvvisamente il senso dell’esistenza. Di notti in cui penserai che forse la musica può ancora salvare qualcuno.

Non tutti.

Non sempre.

Ma qualcuno.

E magari quel qualcuno potresti essere ancora tu.  Quando tornerai a casa, Ypsigrock sarà finito. Le transenne verranno tolte. I cavi raccolti. I palchi smontati. Il campeggio si svuoterà. Castelbuono tornerà a essere Castelbuono. La gente tornerà alle proprie vite. E tu penserai che sia successo tutto troppo velocemente. Succede sempre. La giovinezza è una cosa che capisci soltanto quando è già finita. Ma c’è una buona notizia. Non devi conservarla. Devi lasciarla fare il suo lavoro. Devi permetterle di diventare una cicatrice.

Perché vent’anni dopo tornerai qui e capirai una cosa. Non sei tornato per ricordarti chi eri. Sei tornato per scoprire che una parte di quel ragazzo non se n’è mai andata. È ancora qui. Ha ancora venticinque anni. Sta ancora aspettando di salire sul palco. Ha ancora paura. E tu puoi ancora dirgli una cosa: non cercare di diventare qualcuno.

Suona. Guarda le persone. Ascolta. E quando finisce il concerto, resta. Perché il concerto vero comincia spesso dopo. Quando le luci si accendono. Quando la gente esce. Quando qualcuno ti offre una birra.Quando il paese si riempie di facce.

Quando il festival smette di sembrare un festival e torna a essere quello che è sempre stato.

Un posto dove per qualche giorno tutti sono amici. Un posto dove il mondo sembra ancora aggiustabile.

Un posto dove puoi credere, anche solo per una notte, che la rivoluzione gentile sia possibile. E magari lo è.  Magari comincia proprio così. Con una chitarra. Con una piazza. Con un chiostro. Con una granita di gelso. Con un ragazzo di venticinque anni che ancora non sa niente.

Ma che, almeno per una volta, ha avuto il coraggio di restare fermo ad ascoltare.

Per Stefano, Per Francesco, per tutte le anime belle che rendono ancora unico questo posto speciale.