Il problema dei The Van Pelt è che non sono mai diventati abbastanza famosi da poter essere davvero dimenticati. È questa, in fondo, la loro specialità. Una band nata a New York nei primi anni Novanta, capace di pubblicare dischi di culto come Stealing From Our Favorite Thieves e Sultans of Sentiment, sparire, ricomparire e continuare a suonare come se nel frattempo il mondo non avesse cambiato pelle almeno tre volte. Adesso ci riprovano con Remain Obscure. Il titolo è perfetto: restare oscuri, ma senza sparire. Come dire: non aspettatevi la reunion nostalgica, il museo degli anni Novanta o il disco fatto per dimostrarvi che siamo ancora giovani. I The Van Pelt non hanno bisogno di dimostrare niente.

Chris Leo canta come se avesse appena acceso il microfono per raccontarvi qualcosa che non aveva intenzione di dire. A volte canta, altre volte parla, declama, accumula parole e poi lascia che una melodia faccia improvvisamente ordine. È una delle caratteristiche che rende la band immediatamente riconoscibile: il confine tra canzone e racconto resta sempre un po’ sfocato. Solo che oggi Leo ha più cose da raccontare. Sono passati trent’anni dalla prima incarnazione della band. Nel frattempo l’indie rock è diventato una categoria algoritmica, l’emo un revival permanente e Spotify ha trasformato qualsiasi genere musicale in una playlist da 47 minuti. I Van Pelt, invece, sono ancora qui. Non più giovani, ma nemmeno interessati a sembrare vecchi.

Remain Obscure parte dal loro nucleo classico — chitarra, basso e batteria — e lo allarga con pianoforte, sintetizzatori, cori, pedal steel e sax synth. Il risultato non sembra un tentativo di aggiornamento. Sembra piuttosto che qualcuno abbia preso una vecchia stanza e abbia cominciato ad abbattere le pareti. E funziona.

Anche perché i titoli continuano a sembrare usciti da un quaderno trovato per caso sotto il letto: “Linens Should Be Freshly Pressed”, “Arid As The Aral”, “City Of Dead Ends”, “Death By A Solid Argument”. È il genere di ironia che non cerca la battuta. La lascia lì, abbastanza seria da diventare inquietante. Le canzoni parlano di tempo, relazioni, fallimenti, persone che si perdono e della distanza tra la vita che avevamo immaginato e quella che ci ritroviamo effettivamente addosso. “Flaws Of Attraction” mette sotto esame il desiderio quando non basta più a tenere insieme due persone. “Lawrence, KS” sembra invece una cartolina arrivata da un posto in cui si è rimasti più a lungo del previsto. È questa distanza il vero territorio dei Van Pelt. Non il post-hardcore, non l’emo, non l’indie rock. La distanza tra quello che pensavi sarebbe successo e quello che è successo davvero.

Musicalmente, però, Remain Obscure non è un esercizio di nostalgia. Le chitarre continuano a graffiare, la batteria spinge, gli arrangiamenti si aprono e la voce di Leo attraversa tutto con quella sua combinazione di urgenza e teatralità. La band sembra sapere che il passato è importante, ma anche che tornarci sopra continuamente è il modo migliore per rovinarlo. Per questo il disco non celebra i The Van Pelt. Li rimette in movimento. Ed è una differenza enorme. Una reunion guarda indietro. Una band viva guarda davanti.

Davanti, naturalmente, non c’è necessariamente qualcosa di bello. C’è qualcosa. E forse basta. Remain Obscure non chiede di essere capito al primo ascolto. Non è musica da consumare mentre fai altro. Ti chiede di seguirla nei suoi cambi di direzione, nelle frasi che sembrano non portare da nessuna parte e poi, qualche minuto dopo, improvvisamente ti riguardano. Dopo trent’anni, i The Van Pelt sono ancora abbastanza strani da sembrare fuori posto nel 2026. Ed è probabilmente questa la loro forma migliore di attualità. Non sono tornati per essere giovani. Sono tornati per essere ancora loro. E, francamente, è molto più interessante.