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Manchester by the sea, di Kenneth Lonergan (2016)

Se Ryan Gosling ha tre espressioni più una mentre suona il piano, Casey Affleck ne ha due, una con i capelli puliti ed una con i capelli unti. Il meno celebre e bono dei fratelli Affleck è protagonista del primo grande successo da regista di uno degli sceneggiatori di “Terapia e pallottole” e di “Gangs of New York”, che si cimenta in un’opera alla Ken Loach.

“Manchester by the Sea” è un film duro, apparentemente naturalista, sobrio ma non troppo, che racconta una sequela di sfighe indicibili che inseguono il (giustamente) psicologicamente distrutto Lee, che torna nella città piena di quei fantasmi da cui era scappato in seguito alla morte (annunciata) del fratello. Ci sarà un nipote a cui badare e un passato da controllare, con la possibilità di uscirne vittoriosi o vinti. La redenzione è dietro l’angolo, ma la struttura del film viene gestita bene da una sceneggiatura sobria, che non eccede mai. Questo è il pregio e il difetto del film, che se da un lato potrebbe apparire documentaristico, dall’altra assume un aspetto solenne, enfatizzato dalla colonna sonora operistica vagamente fuori luogo.

Bella la fotografia Jody Lee Lipes, regia d’autore, tutto scorre perfettamente in stile formalmente anti-hollywoodiano, senza tuttavia raggiungere l’essenziale purezza di una trama che in altre mani (Loach o i Dardenne) avrebbe raggiunto ben più elevate vette. Resta la domanda sul perché raccontare l’esistenza di un uomo sconfitto dalla vita che si muove spettatore del proprio e altrui destino senza cercare di cambiare nulla, scegliendo di non lottare, in una descrizione quasi voyeuristica di una sfiga senza fine. Un film che ci insegna a non sperare in nulla, perché tanto può solo andare peggio. Perfetto per il Sundance Film Festival, con particina per Michelle Williams (inspiegabilmente candidata all’Oscar) e cameo di un imbolsito Matthew Broderick. A rischio di immeritata vittoria il monocorde Casey Affleck.

Il Demente Colombo