C’è un momento, ascoltando *Very Human Features*, in cui ti rendi conto che The Bug Club non stanno più suonando per farti divertire. Stanno cercando di metterti a disagio. Ti lanciano addosso fuzz, nonsense, melodia e disillusione come molotov dentro una sala prove tappezzata di poster dei Television. Sono i Modern Lovers che inciampano nei Pavement mentre leggono pamphlet dadaisti in un centro commerciale abbandonato.E pensare che questi pazzi, un tempo, suonavano revival blues-rock. O almeno così dicono le cronache, anche se ora pare solo una leggenda narrata da qualche ubriaco gallese. Dal loro passaggio a Sub Pop in poi, la trasformazione è stata irreversibile. *On the Intricate Inner Workings of the System* li ha sdoganati come i figli illegittimi di Jonathan Richman e Kim Gordon, ma *Very Human Features* è il disco che li trasforma definitivamente in entità mutanti della controcultura contemporanea.
Le tredici tracce del disco sembrano uscite da un universo parallelo dove il rock non è mai diventato mainstream, dove i Velvet Underground non hanno mai incontrato Andy Warhol e hanno invece passato vent’anni a incidere demo lo-fi dentro una cabina telefonica. Ma sotto la superficie distorta, rumorosa e volutamente sghemba di pezzi come “Twirling in the Middle” o “Beep Boop Computers”, c’è una precisione chirurgica nel caos. La voce gioca tra l’ironico e il disperato, come un predicatore beat che ha perso la fede ma continua a fare sermoni per abitudine.E poi c’è “Muck” – una canzone che pare scritta durante un blackout emotivo, con un’acustica spoglia e una voce che non canta, ma confessa, barcolla, biascica verità troppo umane. Questo è il momento in cui capisci: The Bug Club non vogliono solo divertirti. Vogliono farti inciampare in te stesso. C’è un’energia qui che non puoi programmare, non puoi produrre, non puoi post-produrre. È il suono di una band che ha capito che la libertà creativa non è un diritto ma un rischio, e ha deciso di correrlo comunque. “Young Reader” ti porta dentro una nostalgia che puzza di libri scolastici umidi e sogni mezzi rotti. “How to Be a Confidant” ti sputa addosso consigli non richiesti su come essere umani quando non ne hai più voglia.
Very Human Features è un disco che non fa sconti. Ti seduce con le sue melodie sghembe e poi ti lascia lì, nudo, a confrontarti con la tua stessa noia. Ma è proprio lì che colpisce: nel rifiuto delle soluzioni facili, nel sabotaggio delle aspettative. In un’epoca in cui anche la ribellione è diventata algoritmo, The Bug Club sono ancora capaci di farci inciampare in qualcosa di vero. Sporco, imperfetto, e tremendamente umano.
In una frase: un atto di guerriglia rock nel deserto del già sentito

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
