Ritorna più caliente di un’ottobrata romana “5 Canzoni Bomba”, la rubrica in cui vi consigliamo i brani più scottanti usciti questa settimana. Siamo sicuri che i 25 gradi di questo ottobre sono in parte causati, ahinoi, dalle deflagrazioni delle 5 prossime canzoni che speriamo vi accompagnino anche per l’arrivo del freddo. Arriverà mai? Buona ascolto intanto!

 

FIDLAR – Sand on the Beach

Secondo singolo del prossimo EP dei surf-rocker FIDLAR, colpevolmente spariti dalle scene da qualche tempo, se non altro perché i loro videoclip meritano di essere visti. Devono stare attenti però a non diventare una videoclip band alla OK Go, perché il rischio è dietro l’angolo in un mondo in cui MTV non trasmette più videoclip da una quindicina d’anni. Questa postilla a parte, questa Sand on the Beach non si contraddistingue per chissà quali novità, ma se non altro ci ricorda chi e cos’erano i FIDLAR qualche anno fa: generatori automatici di inni punk-rock californiani (praticamente ogni canzone dell’omonimo debutto, almeno buona metà del secondo “Too” – ascolto West Coast almeno una volta a settimana da 7 anni – e un paio dal terzo “Almost Free”).

 

Black Lips – Sharing My Cream

I Black Lips hanno pubblicato un nuovo disco, e va beh: band tanto iconica quanto costante, capace di tenere comunque sempre alta l’asticella della qualità delle proprie produzioni, cosa non scantata se sei una semi-istituzione nel tuo genere e arrivi al decimo album senza mai stravolgerti più di tanto. Per questo nuovo disco, che arriva a due anni dal profetico “Sing in a World That’s Falling Apart”, i Black Lips sembrano aver fatto tesoro della lezione di questo tempo trascorso e decidono di scop*rci su con un baccanale lussurioso e sfrenato, pieno di allusioni sessuali e celebrazioni del sesso come amore e amore come sesso. Tra queste anche una non troppo criptica e funkettona, Sharing My Cream, sorretta da un basso poderoso su cui duettano un rappato scritto dal chitarrista Jeff Clarke e un sax suonato da Zumi Rosow. Un disco non interlocutorio, come del resto nessuno di quelli pubblicati dai Black Lips.

 

Weyes Blood – Grapevine

Secondo singolo estratto dal prossimo attesissimo disco di Natalie Mering aka Weyes Blood. Attesissimo perché il precedente “Titanic Rising” è forse uno dei dischi migliori del decennio scorso (2019, ormai letteralmente un’era fa). Gli esercizi e le sperimentazioni madrigali a tratti drone-folk degli esordi ormai sono ricordi lontani, e per fortuna, viene da dire, data la poca digeribilità di quei lavori. Ormai Weyes Blood ha trovato la sua quadratura con questo country-folk da Laurel Canyon arricchito comunque da synth e cori celestiali: squadra che stra-vince non si cambia, anche perché il prossimo lavoro è annunciato come il secondo capitolo di una trilogia iniziata proprio con quel elegiaco “Titanic Rising” e sappiamo come nelle trilogie l’opera mezzana è sempre quella decisiva. Se ripassa, tassativo vedere dal vivo quest’artista, da pelle d’oca nella dimensione live.

 

The Bug Club – Love For Two

Questo è uno di quei classici gruppi che sulla carta possono piacere a così tante persone da diventare insignificanti e dimenticati nel giro di una paio di altri EP, oppure diventare la band di culto, almeno nel genere di riferimento, dei prossimi 10 anni. Forse esageriamo, ma quel che va registrato è che i Bug Club hanno infilato il secondo bel disco di fila nel giro di un anno. Uno e mezzo, via: “Pure Particles” dell’anno scorso per loro era un EP anche se ha praticamente la stessa durata di questo “Green Dream in F# (bel titolo). Trio gallese che di gallese non sembra avere molto, in grado di comporre schegge indie-rock, slacker e garage con una discreta fantasia. Bene le armonie vocali, i ritornelli centrati, un suono di chitarre che è semplice ma curato. Sicuramente da attenzionare e verificare su un palco.

 

Leatherette – Thin Ice

Nell’ascoltare d’un fiato “Fiesta”, disco di debutto dei Leatherette, si fa fatica a immaginarseli italiani, di Bologna per la precisione. Questo perché, benché non nuovi sul panorama (non è raro averli già incrociati su qualche palco), forse con qualche anno di ritardo questo quintetto è il primo vero e proprio esempio di post-punk londinese ma all’italiana, intriso quindi di foschie jazz, sax qua e là (strumento un po’ abusato nell’ultimo lustro, soprattutto in Italia) e voci abrasive e biascicate. Esperimento ancora acerbo e un po’ troppo referenziale lì per lì, ma che bisogna supportare e incoraggiare perché comunque va ad occupare uno spazio vuoto che nessuno sembrava interessato a voler colmare. Li aspettiamo al varco perché sarebbe bello sentir appoggiate su queste sonorità le nostre belle parole italiane, magari un futuro prossimo. Per ora ce li godiamo così che è già tanto.

A cura di Andrea Fabbri

 

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