Già ieri pensavo che oggi pomeriggio avrei dovuto scrivere una recensione sulla nuova, ultima fatica di David Bowie, ★ (Blackstar). Il singolo, Lazarus, accompagnato da un bellissimo videoclip, già mi aveva spiazzato e così, sin da venerdì 8 gennaio (data di uscita dell’album), mi sono ascoltato più volte i sette brani di cui è composto il lavoro.

Ora mi trovo qui davanti al computer, ma nel frattempo la leggenda non c’è più. Blackstar è così diventato un disco quasi postumo. Un disco che a molti non credo piacerà data la sua intrinseca complessità, ma che a chi è cresciuto con Bowie qualcosa ha sicuramente detto. Un disco molto indie non commercialmente ma dal punto di vista prettamente artistico: d’altronde Bowie ha sempre spiazzato facendo sempre e solo ciò che voleva e anche stavolta è stato così.

Blackstar, lo si può dire senza troppi giri di parole, è l’ennesimo ed ultimo capolavoro del Duca Bianco. All’interno ritroviamo originalità, sperimentazione, improvvisazione jazzistica, tecnica musicale (da citare almeno l’eccelso saxofonista Donny McCaslin), grandi (anche se difficili) canzoni. A “Lazarus” va la palma di brano più accessibile, al resto la gioia di sentire così tanto talento dovuto alla mente di un sessantanovenne. Bowie, come a molti altri, mi mancherà. Moltissimo.

Andrea Manenti