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Eels – Cookie Happened: recensione

Ci sono momenti in cui la vita assomiglia a una stanza dopo una festa. I bicchieri sono rimasti sul tavolo, qualcuno ha dimenticato una giacca, sul pavimento ci sono briciole che nessuno ha voglia di raccogliere. Gli ospiti se ne sono andati, la musica è finita e non c’è nessuna ragione particolare per sentirsi felici. Eppure, se ci si ferma un momento, si può ancora avvertire qualcosa nell’aria. La sensazione che, per qualche ora, le cose siano state esattamente come dovevano essere. È da questa specie di malinconica gratitudine che sembra nascere Cookie Happened, sedicesimo album in studio degli Eels, e uno dei dischi più ispirati e riusciti degli ultimi 15 anni.

Mark Oliver Everett, per tutti semplicemente E, ha trascorso una parte considerevole della propria carriera a raccontare il lato meno presentabile dell’esistenza. Il lutto, la solitudine, le relazioni finite male, il corpo che tradisce e quella particolare forma di sfortuna che consiste nel continuare a essere se stessi anche quando sarebbe molto più comodo diventare qualcun altro. Ma gli Eels non sono mai stati soltanto una macchina per produrre tristezza. La loro specialità è sempre stata trovare una melodia luminosa nel posto sbagliato, una piccola festa nel mezzo di una catastrofe, una ragione per alzarsi dal letto che non richieda necessariamente di credere nel futuro.

Il titolo arriva da una frase del Cookie Monster di Sesame Street: non piango perché il biscotto è finito, sorrido perché c’è stato. Una filosofia apparentemente elementare, persino ridicola, che nelle mani di Everett diventa una specie di manifesto esistenziale. Tutto passa, tutto si consuma, tutto prima o poi finisce dimenticato in qualche angolo della memoria. Ma questo non rende meno prezioso ciò che abbiamo vissuto. Semmai, è proprio la sua natura provvisoria a renderlo indispensabile.

L’apertura affidata a Clobbered mette subito le cose in chiaro: chitarre brillanti, una leggerezza quasi da pop anni Sessanta e parole che arrivano da un luogo decisamente meno soleggiato. È il vecchio trucco degli Eels, certo, ma qui funziona con la naturalezza delle cose che non hanno bisogno di dimostrare più niente. La musica sorride mentre il protagonista cerca di rimettersi in piedi. Non c’è contraddizione, soltanto la consapevolezza che si può essere a pezzi e trovare comunque qualcosa da canticchiare.

Cap in Hand è uno dei vertici del disco. Ha il passo di una ballata americana percorsa da una corrente sotterranea, un basso che avanza senza fretta e quella voce di Everett che sembra arrivare da una telefonata fatta a un amico quando ormai è troppo tardi per fingere che vada tutto bene. È una canzone sui cocci da raccogliere, ma soprattutto sulla dignità un po’ malconcia di chi continua a raccoglierli. In All Forgotten, invece, il pensiero della fine si allarga fino a comprendere ogni cosa: successi, fallimenti, umiliazioni, piccole vittorie che un tempo ci sembravano decisive. Un giorno tutto sarà dimenticato. E allora? La domanda non è retorica, perché il disco non pretende di risolvere il mistero. Si limita a suggerire che, nel frattempo, vale la pena ascoltare.

La scrittura di Everett trova qui un equilibrio particolarmente felice tra disincanto e tenerezza. Bamboozled Again conserva un gusto beffardo per le trappole dell’esistenza, mentre Taking Pictures rallenta il passo e trasforma il ricordo in qualcosa di più fragile, quasi una fotografia che rischia di scolorire mentre la stiamo guardando. Poi arriva New Story, che suggerisce la possibilità di ricominciare senza pretendere di cancellare il passato. Non si riparte da zero: si riparte da dove si è, con quello che resta.

Il cuore emotivo del disco batte forte in Congratulations to Me, un titolo che potrebbe sembrare una battuta e invece nasconde una conquista tutt’altro che trascurabile: riconoscersi il merito di essere arrivati fin qui. Non serve aver vinto, non serve aver capito tutto, non serve neppure aver imparato dai propri errori. A volte basta essere sopravvissuti alle proprie pessime decisioni e aver conservato un minimo di curiosità per il giorno successivo. One Razzle, One Dazzle aggiunge una grazia più raccolta, mentre I’m On Standby ricorda quanto sia importante avere qualcuno disposto a restare dall’altra parte della linea quando il mondo decide di non rispondere.

Naturalmente, Cookie Happened non reinventa il linguaggio degli Eels. Chi cerca una rivoluzione sonora dovrà rivolgersi altrove. Ma sarebbe come rimproverare a un vecchio amico di avere ancora la stessa risata. Quello che cambia è la prospettiva: Everett sembra meno interessato a dare un nome al dolore che a capire come convivere con lui, senza lasciargli occupare ogni stanza della casa. Le canzoni si muovono tra pop obliquo, ballate, umori americani e improvvise aperture melodiche, senza perdere quella ruvida intimità che da sempre rende riconoscibile il gruppo.

È questo, in definitiva, il piccolo miracolo del disco: la maturità non viene scambiata per saggezza, né la consapevolezza della mortalità per una condanna alla tristezza. Si può essere stanchi, disillusi, perfino ridicoli. Si può aver sbagliato quasi tutto e conservare ancora una canzone da scrivere. La chiusura affidata a The Way I Was Made suona come una dichiarazione d’identità, non un’assoluzione: siamo fatti così, con le nostre crepe e le nostre possibilità, e tanto vale provare a fare qualcosa di buono con il materiale che abbiamo ricevuto.

In un’epoca che pretende continuamente di trasformare ogni esperienza in una vittoria, ogni ferita in una lezione e ogni giorno in un’occasione per migliorarsi, gli Eels offrono un’alternativa più umana. Non devi diventare una versione migliore di te stesso. Non devi nemmeno trovare un significato a tutto. Puoi limitarti a esserci stato, a voler bene a qualcuno, ad aver ascoltato una bella canzone mentre fuori pioveva.

Cookie Happened è uno dei dischi più riusciti degli Eels degli ultimi anni (a conti fatti almeno da End Times) proprio perché non cerca di sembrare importante. Lo è, e basta. Un album che sa ridere senza essere superficiale, soffrire senza compiacersene e guardare alla fine senza smettere di amare ciò che la precede. Il biscotto è finito, naturalmente. Le briciole sono ancora sul tavolo. Ma, per una volta, non c’è nessuna fretta di sparecchiare…