
Vent’anni di carriera possono trasformarsi in un archivio di successi da amministrare, oppure in una materia scomoda con cui continuare a misurarsi. Per i Girls in Hawaii, il passato non è mai stato un territorio pacificato. La morte di Denis Wielemans, fratello di Antoine e batterista della formazione, nel 2010, e quella di Pierre Van Braekel, figura decisiva nella vita del gruppo, nel 2022, hanno segnato una vicenda artistica in cui la continuità non è mai stata scontata. Con Eldorado, pubblicato nove anni dopo Nocturne, la band belga non tenta di mettere ordine in questa storia attraverso una confessione musicale. Sceglie piuttosto di rimettere le canzoni al centro, lasciando che siano le loro imperfezioni e i loro slanci a parlare.
La direzione è chiara fin dai primi minuti: meno attenzione alla costruzione di racconti articolati, più spazio all’intuizione melodica. Se Everest e Nocturne avevano cercato una scrittura più ambiziosa sul piano narrativo, il nuovo lavoro recupera la libertà compositiva degli esordi, quelli di From Here to There. Non si tratta semplicemente di guardare indietro. Il rischio di un’operazione del genere è evidente: riprodurre un’identità consolidata senza aggiungere nulla. Gli undici brani evitano in buona parte questa trappola perché non puntano a ricostruire artificialmente la freschezza del debutto, ma ne recuperano il principio fondamentale, la fiducia nella capacità della musica di generare significato senza doverlo spiegare.
La qualità più riconoscibile del disco emerge nella gestione delle dinamiche. Is It Happening Right Now? introduce un paesaggio sonoro che si amplia gradualmente, trasformando una partenza raccolta in un movimento di crescente intensità. Drifting in the Summer Rain e Eldorado sviluppano la stessa inclinazione per gli arrangiamenti progressivi, capaci di raggiungere un’apertura emotiva senza ricorrere a effetti troppo scoperti. È qui che la band dimostra la propria competenza: sa quando trattenersi e quando lasciare che chitarre e melodie si liberino, senza confondere la potenza con il volume.
La dimensione più intima trova invece espressione in Not Your Fault, Goddess e Who’s to Blame, canzoni nelle quali la vulnerabilità non diventa mai sentimentalismo esplicito. Life Is So Fucked Up rompe parzialmente questo equilibrio, introducendo una tensione più irregolare e disillusa. Sullo sfondo si riconoscono le ombre di Grandaddy e Radiohead, ma il risultato conserva una fisionomia precisa: un indie-rock atmosferico, attraversato da malinconie nordiche e improvvise schiarite, in cui la dolcezza convive con un’inquietudine mai del tutto risolta.
Eldorado, però, non è immune da limiti. La familiarità del linguaggio talvolta riduce la sorpresa e alcune soluzioni confermano ciò che già conoscevamo, invece di spingere la band verso territori inediti. Non siamo davanti a un’opera destinata a ridefinire il suo percorso, ma a un disco che ritrova misura e coesione dopo una lunga gestazione. Il merito sta soprattutto nell’equilibrio: nessuna ricerca di complessità a tutti i costi, nessuna concessione alla nostalgia come scorciatoia emotiva.
Il tour del 2023 dedicato al ventennale di From Here to There, organizzato anche per mantenere una promessa fatta a Pierre, aveva riportato i musicisti a una dimensione collettiva che sembrava essersi appannata. Questo album ne raccoglie l’eredità senza trasformarla in celebrazione funebre. La sua idea di futuro è concreta, priva di retorica: continuare a comporre, accettare che il tempo abbia cambiato le persone, riconoscere che alcune assenze non saranno colmate. Il vero risultato di Eldorado non è aver trovato una nuova strada, ma aver dimostrato che quella percorsa finora conserva ancora qualcosa da offrire. Un disco misurato, imperfetto e sinceramente coinvolgente, che ricorda quanto possa essere difficile — e quanto sia prezioso — continuare a fare musica insieme.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.


