Dalle prime canzoni registrate in Belgio al nuovo album Eldorado, la storia dei Girls in Hawaii attraversa entusiasmi, perdite e ritorni. A novembre tre concerti italiani offrono l’occasione per incontrare una delle voci più riconoscibili dell’indie rock europeo. Ci sono band che entrano nella nostra vita facendo molto rumore. Altre arrivano piano, quasi senza farsi notare, e poi rimangono. I Girls in Hawaii appartengono alla seconda categoria. Il loro nome suggerisce spiagge lontane, una vacanza perpetua, forse un posto in cui le cose sono più semplici. La loro musica, invece, sembra conoscere bene il tempo che passa, le stanze lasciate vuote e quella strana malinconia che si prova anche quando non è successo niente di particolarmente triste.
Nati in Belgio all’inizio degli anni Duemila, nei dintorni di Bruxelles, i Girls in Hawaii hanno costruito una carriera fatta di melodie oblique, chitarre sognanti e una sensibilità capace di tenere insieme fragilità e slancio. A novembre 2026 torneranno in Italia per tre concerti, presentando Eldorado, il loro nuovo album, pubblicato il 25 settembre. Prima di incontrarli dal vivo, vale la pena ripercorrere la strada che li ha portati fin qui.
2003 — From Here to There: il piacere di non avere ancora tutte le risposte
All’inizio c’è From Here to There, un disco che sembra scritto da ragazzi abbastanza giovani da credere ancora che il mondo sia pieno di possibilità, ma già abbastanza inquieti da non sapere bene quale scegliere. Pubblicato nel 2003, il debutto mette in circolo un indie pop delicato, attraversato da chitarre ariose, ritornelli memorabili e un’inquietudine mai esibita. I Girls in Hawaii non cercano di sembrare più grandi di quello che sono: preferiscono raccontare quel momento in cui si guarda avanti senza avere una mappa. “Found in the Ground” possiede la freschezza delle canzoni che sembrano esistere da sempre, mentre “Flavor” rivela il talento della band nel trasformare una melodia apparentemente semplice in qualcosa che continua a risuonare quando la musica è finita. È un esordio che non pretende di cambiare il mondo. Gli basta trovare un posto al suo interno.
2008 — Plan Your Escape: crescere significa anche voler scappare
Cinque anni possono cambiare molte cose. Si può imparare un mestiere, perdere un amore, scoprire che gli adulti non sanno necessariamente quello che fanno. Con Plan Your Escape, i Girls in Hawaii sembrano affacciarsi proprio su questa consapevolezza. Il secondo album amplia la tavolozza sonora del gruppo, lascia più spazio alle atmosfere e alle stratificazioni, senza perdere il gusto per le canzoni che arrivano dritte al cuore. Il titolo è già una piccola dichiarazione d’intenti: pianificare la fuga, possibilmente prima che sia troppo tardi. “This Farm Will End Up in Fire” si muove tra tensione e apertura melodica, mentre “Sun of the Sons” mostra il lato più luminoso e avvolgente della band. Non è ancora il momento delle grandi risposte. È il momento di capire che anche restare può essere una scelta difficile.
2013 — Everest: la montagna dopo la perdita
Ci sono eventi che dividono una storia in un prima e un dopo. Nel 2010 Denis Wielemans, batterista della band e fratello di Antoine, muore in un incidente stradale. La musica, naturalmente, non può risolvere una perdita del genere. Può soltanto offrire uno spazio in cui stare, almeno per qualche minuto. Dopo un lungo silenzio, i Girls in Hawaii tornano con Everest, un album che porta nel titolo l’immagine di una salita e nella musica il peso, ma anche la possibilità, di continuare. Le canzoni hanno una maggiore ampiezza emotiva: le chitarre si fanno più incisive, le atmosfere più dense, le melodie sembrano cercare una via d’uscita. “Misses” racchiude una malinconia inquieta, mentre “Not Dead” ha il passo di una dichiarazione di sopravvivenza. Non una vittoria sulla tristezza, ma qualcosa di più umano: la decisione di andare avanti portandola con sé.
2017 — Nocturne: le cose che si capiscono al buio
Con Nocturne, uscito nel 2017, la band belga entra in un territorio più notturno, elettronico e sfumato. Il suono si fa meno immediato in alcuni passaggi, più incline a costruire paesaggi che a offrire risposte rapide. È un disco che sembra appartenere alle ore in cui la città si svuota, le finestre degli appartamenti diventano piccoli rettangoli illuminati e i pensieri, liberati dalle occupazioni del giorno, cominciano a parlare tutti insieme. “This Light” suggerisce che anche nel buio rimane qualcosa a cui aggrapparsi; “Walk”, invece, trova nel movimento una forma di quiete. Il gruppo non rinnega il proprio passato, ma ne cambia la prospettiva. Le canzoni non devono necessariamente portarci da qualche parte: a volte basta che ci facciano compagnia mentre camminiamo.
2026 — Eldorado: tornare senza essere gli stessi
Nove anni separano Nocturne da Eldorado, il nuovo capitolo discografico dei Girls in Hawaii. Nel frattempo il mondo è cambiato, come cambiano le persone, spesso senza accorgersene. La band torna con undici brani e con una rinnovata attenzione alla propria anima alternative rock. Il titolo richiama un luogo mitico, una promessa di ricchezza e felicità inseguita da chi non si rassegna a ciò che ha davanti. Ma l’Eldorado dei Girls in Hawaii non sembra tanto una destinazione quanto una domanda: che cosa stiamo cercando, esattamente, quando continuiamo a cercare? “Is It Happening Right Now?” mette già nel titolo un dubbio molto contemporaneo, quello di chi teme di lasciarsi sfuggire il momento mentre cerca di capire che cosa sta succedendo. “Drifting in the Summer Rain” offre invece una prospettiva più sospesa, come se fosse possibile lasciarsi trasportare senza dover decidere immediatamente dove andare. È un ritorno che guarda avanti senza cancellare ciò che è stato.
Qui la nostra recensione di El Dorado
Tre occasioni per incontrarli dal vivo
La cosa bella dei Girls in Hawaii è che la loro musica non richiede una particolare preparazione. Si può arrivare conoscendo a memoria From Here to There oppure avere appena scoperto Eldorado. In entrambi i casi, c’è qualcosa da trovare: una melodia che si apre inaspettatamente, una chitarra che sembra ricordare qualcosa al posto nostro, una canzone che all’improvviso dà un nome a una sensazione rimasta vaga per anni.
A novembre 2026 la band sarà in Italia per tre appuntamenti:
16 novembre — Milano, Arci Bellezza
17 novembre — Roma, Nuovo Teatro Orione
18 novembre — Bologna, Locomotiv Club
Forse non c’è un momento perfetto per scoprire una band. C’è però quello in cui una canzone capita nel giorno giusto, quando si torna a casa senza fretta o si guarda fuori dal finestrino senza pensare a niente di preciso. I Girls in Hawaii hanno trascorso più di vent’anni a costruire musica per questi momenti, senza fare troppo rumore e senza promettere felicità facili. Andarli a vedere dal vivo significa anche questo: concedersi una sera in cui non è necessario capire tutto. Basta ascoltare. E lasciare che, per una volta, sia la musica a trovare la strada.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.

