Qualche settimana fa, nella chat della mia band, il nostro batterista Andrea mi segnala una band norvegese dal nome curioso, Spielbergs, sostenendo che con tutta probabilità mi sarebbe piaciuta. Me la segno e metto in coda ad altre segnalazioni. Del resto in chat ci scambiamo davvero una marea di link e suggerimenti, e non è proprio facile stare dietro a tutto ascoltando con la necessaria attenzione. Passato qualche giorno, anche il mio amico Corrado, massimo esperto di indie-rock scandinavo, mi segnala la stessa band affermando anche lui, esattamente come Andrea, che sarebbe stata certamente di mio gradimento. A questo punto, non potendo (e non volendo) più esimermi, mi collego a Spotify, rigorosamente con le cuffie, visto che al mio fianco dormiva mio figlio di 9 mesi, e mi metto all’ascolto. Come previsto, bastano una manciata di pezzi per avere la conferma che si tratta di un gran disco e che sì, in effetti i miei amici mi conoscono piuttosto bene. I giorni successivi metto “This Is Not The End”, l’ultimo album appena pubblicato dall’etichetta By The Time It Gets Dark, in repeat quasi ogni sera, apprezzando le diverse sfaccettature di una scrittura diretta, ma molto curata. Decido così di contattare uno di loro, Mads Baklien, e di fargli alcune domande.

A cura di Carlo Pinchetti
(voce e chitarra dei Lowinsky)

 

Ciao Mads, innanzitutto congratulazioni per il vostro disco, che credo si candidi già tra i migliori dischi indie-rock del 2019. Avresti voglia di raccontarci la genesi del vostro gruppo?

Ciao e grazie per le belle parole! Tutto è iniziato tra me e il nostro batterista Christian Løvhaug. Avevamo smesso di suonare nelle nostre band anni fa per dedicarci allo studio e a metter su famiglia. Dopo un po’ ci siamo però resi conto che dovevamo ancora avere uno sbocco creativo, così abbiamo iniziato a incontrarci in una sala prove che abbiamo affittato in un edificio vicino a degli uffici nella periferia di Oslo, portandoci dietro birre e idee. Un giorno Christian è andato ad un concerto a Oslo, dove ha incontrato il nostro bassista Stian Brennskag. Siamo stati tutti parte della stessa scena indie DIY di Oslo per anni, Stian è anche il miglior amico di mio fratello maggiore, quindi ci conoscevamo tutti. Christian ha invitato Stian alle prove e lui è venuto! Abbiamo quindi insieme terminato la nostra prima canzone, We Are All Going To Die. E quello è stato l’inizio.

Quando siete partiti con la band avevate già in mente il risultato finale in termini di direzione musicale e suoni?

No, assolutamente. È venuto naturalmente. Il nostro suono è solo una combinazione naturale dei nostri stili individuali, e le nostre canzoni sono basate più o meno consapevolmente sulle nostre influenze nel corso degli anni come musicisti e come esseri umani. Ciò che avevamo in mente, per certo, era che non ci saremmo limitati a un genere specifico. Volevamo sentirci liberi di creare qualsiasi tipo di musica, e abbiamo deciso di tenere qualsiasi canzone ci fosse sembrata valida.

Come si evolve la scrittura dei brani all’interno degli Spielbergs?

I processi sono molto diversi da una canzone all’altra. Dipende da che tipo di canzone è, sia che si tratti di una jam pop rock diretta o di pezzi lenti più “droning”, e dipende anche da quanto è completa l’idea della canzone. Di solito funziona in questo modo: qualcuno porta un’idea in sala prove, e qui lavoriamo e sviluppiamo il pezzo insieme. Canzoni pop come Five On It o Distant Star tendiamo a completarle abbastanza rapidamente. La canzone, in un certo senso, ti porta dove vuole. Altri brani, come We Are All Going To Die o Forevermore hanno richiesto più tempo in saletta, abbiamo provato diverse soluzioni. La canzone McDonald’s (Please Don’t Fuck Up My Order) è stata fondamentalmente costruita in studio, sovrapponendo tracce su una vecchia bozza elettronica che avevo fatto sul mio Mac in precedenza.

Dal vostro disco si evince che siete cresciuti con i classici indie-rock degli anni ‘90, vi siete ispirati o comunque vi sentite legati a qualche band o movimento in particolare?

Assolutamente! Abbiamo ascoltato molte delle band indie classiche di quel periodo, come Yo La Tengo, Pavement, Sebadoh, Dinosaur Jr., ma ci piacciono da sempre anche band emo come The Get Up Kids, Appleseed Cast, The Promise Ring e molti altri. Amiamo anche molto … And You Will Know Us By The Trail Of Dead e la band norvegese Motorpsycho, per il loro approccio intransigente al songwriting e, naturalmente, per le loro grandiose canzoni. Dobbiamo molto a quelle band e a molte altre. Spesso inconsapevolmente. Abbiamo quella musica nelle nostre ossa.

La cover di “This is not the end”

Ho letto che avete oltre 30 anni, avete un lavoro fisso e anche dei figli (cosa che peraltro ci accomuna). Come riuscite a far collimare la vita quotidiana con gli impegni di un gruppo in ascesa? Credi che il fatto di avere una vita “ordinaria” e di non avere la necessità di inseguire sogni da rock star possa avere influito in maniera positiva sullo sviluppo della band?

Sai, ci stiamo accorgendo che non abbiamo abbastanza tempo per tutto. Facciamo del nostro meglio affinché nessun aspetto della nostra vita ne risenta troppo. Ma questo rappresenta sicuramente la vera sfida. Per rispondere all’altra parte della domanda, devo dire di sì, penso che le nostre vite “ordinarie” abbiano contribuito all’energia e all’ispirazione per questo progetto. Quando torniamo a casa dal tour o dallo studio dobbiamo prestare attenzione agli altri esseri umani e ai problemi delle nostre vite. Penso che questo ci consenta di focalizzare e mantenere fresche le nostre idee musicali. Anche se a volte può sembrare un po’ difficile. Tutti abbiamo sperimentato in precedenza nella nostra vita come suonare in una band ti possa in un certo senso far sentire dentro ad una bolla. E come si possa essere in un certo senso un po’ accecati.

Com’è il vostro rapporto con la vostra etichetta? Vi occupate voi di social e comunicazione o demandate a loro?

Abbiamo un ottimo rapporto con i ragazzi e un’ottima comunicazione. Ci fidiamo davvero di loro e sentiamo che ci tengono a noi come esseri umani e musicisti. Per quanto riguarda i social, la comunicazione e cose affini, il nostro batterista Christian è davvero molto bravo e ci si dedica per un sacco di tempo ogni giorno. Nel contempo riceviamo anche molto aiuto dal team della By The Time It Gets Dark. Abbiamo molte persone esperte a bordo!

Com’è la scena indie rock in Norvegia?

Ci sono un sacco di band valide in Norvegia, ed è così da molti anni. Proprio a Oslo, che è la nostra città, ci sono innumerevoli gruppi ed etichette, che suonano e pubblicano ogni sorta di genere diverso, penso che sia davvero una buona cosa. Un sacco di grandi band vengono da qui!

È evidente che gli ultimi anni non siano stati molto favorevoli alla guitar music, anche se in realtà nel sottobosco esistono ancora molte band interessanti. Cosa ne pensi?

Sono d’accordo che la guitar music non sia stata al centro della stampa musicale per alcuni anni, ma non è sempre successo così ciclicamente? Non ne sono infastidito. Le tendenze vanno e vengono, ma ci sono ancora ragazzini che imbracciano chitarre in tutto il mondo. E questo mi rende felice, credo. La gente continuerà ad ascoltare e realizzare molta musica diversa, usando ogni tipo di strumento. Va tutto bene!

Quali sono le band che ascoltate in questo momento?

Ascolto molte cose, in continuazione. Viviamo nell’era dello streaming. Mi sto dedicando molto ai PUP in questi giorni! Sono in attesa del loro album. I Fontaines D.C. sono fantastici. Così come i nostri compagni di etichetta Sunshine Frisbee Laserbeam. Amo anche i Diarrhea Planet. E un sacco di altre cose…

Quali sono i vostri prossimi passi? Ci sono possibilità di vedervi in Italia?

Suoneremo live e scriveremo nuova musica ogni volta che ne avremo il tempo. Non abbiamo ancora nulla di confermato per l’Italia, ma siamo in costante ricerca di nuovi posti in cui suonare. Siamo stati al Siren Festival a Vasto l’anno scorso. Un grande festival e una bellissima location. Ci piacerebbe assolutamente tornare in Italia!